Monte Salto del Cane: escursione sull’Etna a 1.400 m di altitudine

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Monte Salto del Cane

Clicca qui se vuoi vedere le nostre foto realizzate durante l’escursione del 25 marzo 2013.

Il Monte Salto del Cane è un cratere avventizio posto a circa 1.400 m di altitudine, sul versante SE del vulcano. Consigliamo la visita a questo luogo etneo perché è ricco di suggestioni naturalistiche, sia in campo vulcanologico che botanico, non escludendo spunti faunistici.
Il percorso di avvicinamento si compie parte in auto e parte a piedi.

Parte in auto
La località può essere raggiunta sia da Nicolosi che da Pedara. Nel primo caso bisogna raggiungere una cappella votiva intitolata “Altarino di Sant’Agata”; da qui si prenda la via San Nicola e si proceda in direzione “Etna Sud” (1).
Al secondo bivio per Pedara, dove si trova l’indicazione “Etna Sud 11” si tari il contachilometri. Dopo aver percorso 3,2 Km ci si imbatte nell’innesto con una stradella poderale, stretta ed in salita, ma asfaltata, che conduce alla Contrada Salto del Cane (segnata sulle carte), la quale per un buon tratto scorre parallelamente alla larga strada provinciale, che fin’ora abbiamo percorso, e che conduce verso il Rifugio Sapienza. L’accesso alla stradella in questione è poco evidente, anche per la presenza di un folto bosco di castagno che la sovrasta. La confluenza delle due strade crea uno slargo, dove lasceremo l’auto. Nel secondo caso ci si dirigga verso la strada per Tarderia; ad un certo punto troviamo, sulla sinistra, una deviazione con l’indicazione “Etna Sud”; si percorra questa strada per alcuni chilometri fino ad incontrare il bivio per Nicolosi, in cui c’è l’anzidetto cartello “Etna Sud 11”, dopodiché si faccia come il caso precedente.

Parte a piedi
Proprio all’inizio della stradella in ripida ascesa c’è, sulla destra, un ampio cancello, in genere chiuso, accanto al quale esiste un varco. Superato questo ci si immette in una carrareccia che si addentra nel bosco anzidetto. Imboccheremo questa sterrata (2), protetti dalla frescura degli alberi di castagno. Il Castagno è una pianta largamente diffusa sull’Etna, dove riesce a formare anche raggruppamenti boschivi puri. Se l’attraversamento del bosco viene fatto nella tarda primavera si può ammirare la fioritura di questa pianta; le infiorescenze giallo citrino, dette amenti, sono sottili e lunghe una ventina di centimetri. Sono assai frequentate dalle api, consentendo la produzione di uno speciale miele scuro, dal sapore particolare. Il nome dialettale degli amenti di castagno è “surfareddi”, in quanto ricordano, nella forma, i solfinelli che vengono usati per solforare le botti. Se invece l’escursione viene compiuta in autunno, allora si possono raccogliere le castagne che cadono al suolo insieme ai ricci che le hanno custodite.
Questa parte di percorso sulla carrareccia si snoda sopra i piroclastiti della contrada Monte Po che furono prodotti, circa 80.000 anni fa, dal Mongibello Antico.
Esso si conclude, dopo circa mezz’ora di cammino, quando le essenze forestali cedono il posto alle colture fruttifere (meli e peri). Qui scorgeremo alcune casette (3), sparse fra gli appezzamenti coltivati. Sono vecchie costruzioni che un tempo servivano per immagazzinare la. Lasciamo sulla destra le casette e affrontiamo una leggera salita che ci condurrà sull’orlo SE (4) del cratere del Monte Salto del Cane.
Terminata l’area coltivata inizia un terreno incolto, ricoperto da un fitto ginestreto. La Ginestra dell’Etna è una specie quasi endemica del vulcano, che nel nostro Monte si presenta in versione arbustiva. I suoi rami verdi consentono di assolvere la funzione clorofilliana e così ridurre il numero delle foglie e quindi la perdita di acqua per traspirazione; il che consente alla pianta di vivere in ambienti aridi, quali sono le sciare etnee. Qui essa si comporta da pianta pioniera, adatta a preparare il terreno dissodato per la crescita delle piante arboree. In un non lontano passato la Ginestra dell’Etna è stata la pianta più usata per produrre il carbone con i caratteristici “fussuni”.
Superato il ginestreto si giunge sul bordo del cratere e finalmente getteremo uno sguardo nel suo interno (5). Non troveremo il comune imbuto sabbioso, ma un profondo (fino a 120 m) baratro, in cui si ammassano enormi macigni e blocchi di tufo.
Inizieremo ora a seguire il suo orlo, andando in senso antiorario e sfruttando un esile sentiero che lo percorre (6), il quale ora si sviluppa lungo spazi liberi, ora si insinua fra i cespugli di ginestre. Quando passeremo sul crinale scoperto noteremo, sulla destra, cioè verso est, la vasta colata del 1634-38, che si mostra asprissima e pochissimo pionierizzata dalla vegetazione (7). Questa colata sgorgò dalla Serra Pizzuta e per ben quattro anni portò distruzione nei boschi di Piano Ellera e minacciò gli abitati di Trecastagni e di Pedara.
Proseguendo la circuizione del cratere giungeremo nella sua parte più alta (1.491 m); da qui, guardando verso nord, scorgeremo i Monti Silvestri, la Serra Pizzuta Calvarina, La Montagnola, il nuovissimo conetto di Monte Escrivà (eruzione 2001) e le Serre che delimitano la valle del Bove. Guardando invece verso est possiamo esaminare le pareti interne del cratere. Noteremo allora delle strutture singolari: alcuni livelli lavici sovrapposti e l’apertura di una caratteristica grotta di scorrimento.
Per ora lasceremo cadere la cosa e andremo avanti nella nostra circuizione, ma giunti sul bordo meridionale ed osservando la parete interna settentrionale, scopriremo un ulteriore imbocco di un’altra grotta di scorrimento che si affaccia nella cavità. Collegando tutti questi elementi, estranei ai crateri avventizi, ci viene il sospetto che siano strutture preesistenti alla nascita del cratere, il quale si aprì sotto di essi, distruggendo quanto in precedenza il vulcano aveva edificato.
Ora occupiamoci della flora. La cavità mostra ricchezza non comune; probabilmente frutto di un microclima che si è potuto instaurare nel suo interno. Numerose sono le specie arboree, delle quali alcune non comuni al di fuori della conca craterica. Sulle pareti scoscese troviamo il Leccio, il Pioppo tremulo che, come dice il nome, possiede foglie che fremono ad ogni alito di vento, il Sorbo meridionale, assai simile al Sorbo montano, ambedue molto rari sull’Etna, la Roverella e alcuni robusti esemplari di Faggio, che qui formano una stazione isolata di questa pianta.
Della presenza degli arbusti abbiamo già detto a proposito della Ginestra dell’Etna e qui aggiungeremo l’incontro con qualche soggetto di Rosa selvatica (Rosa canina). Per le specie erbacee è sorprendente l’abbondanza dell’Asfodelo giallo, che è una pianta selvatica mangereccia a ragione dei suoi novelli getti che maturano nel mese di aprile. Non mancano le onnipresenti graminacee: Fienarola e Festuca, nonché la Donnavita, dai fiori giallo citrino, il Millefoglio e la Garofanina. Quasi sull’orlo si nota qualche rarissimo pulvino di Spinosanto (Astragalus siculus), che è un indicatore della vegetazione d’alta quota.
Per quanto riguarda la fauna maggiore, le osservazioni non possono che essere rare ed episodiche. Qualche nozione la apprenderemo dalle tracce. Salendo lungo il fianco orientale, sopra i coltivi, si nota spesso sul terreno una grande quantità di buche circolari del diametro di circa 3 cm; si tratta delle tane ipogee della Arvicola, un roditore che scava gallerie sotterranee in cui immagazzina il cibo costituito da radici, bulbi e rizomi di piante selvatiche e coltivate. Spostandoci sui bordi del cratere o nel suo interno rinveniamo frequenti aree ricche delle caratteristiche caccole rotondeggianti del Coniglio selvatico.
Ritornando al nostro giro sul cratere siamo giunti all’altezza dell’orlo meridionale; da qui si può scendere sul suo fondo, essendo la scarpata in dolce declivio. È possibile così vedere le piante prima citate da vicino ed ammirare dal basso le irte pareti che prima avevamo visto dall’alto. Fatto ciò possiamo risalire sul bordo del cratere ed accingerci al ritorno. Questo si può fare seguendo un sentiero che porta verso sud. Incontreremo dapprima una strana cisterna (8) che raccoglie l’acqua piovana non dai tetti, come fanno le altre cisterne, ma da un acciottolato in pietra lavica che circonda la sua vera.
Scenderemo ora verso occidente finché, dopo qualche centinaio di metri non incontreremo una carrareccia in terra battuta: è la continuazione della stradella asfaltata che avevamo lasciato all’inizio del nostro itinerario e che imboccheremo in discesa per raggiungere l’auto. Tuttavia, prima di avviarci verso questo declivio conviene dirigerci, per breve tratto, verso monte. Avremo così modo di vedere, sulla sinistra, un vecchio ovile (mannira) in disuso (9), accanto a cui ci sono i resti di una tipica casetta (casedda) avente i muri fatti di scaglie laviche giustapposte senza alcun legante (10). Di fronte a questi manufatti tradizionali sorgono i relitti di due emblemi di alta tecnologia; erano i sensori (11) della sorveglianza sismica e vulcanica (Stazioni EA31 e EC12) che l’Istituto Nazionale di Geofisica aveva impiantato sull’Etna alcuni anni fa (Progetto Poseidon) e che rozzi vandali hanno selvaggiamente distrutto.
Visto ciò torneremo indietro per riprendere la strada (12) che ci conduce al mezzo, in precedenza lasciato sulla provinciale.

(tratto da S. Arcidiacono, Guida Naturalistica della provincia di Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2003 Catania)

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Author: Redazione

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