Arena Argentina. Programma settembre 2012

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 “Il problema vero è non fermarsi alla rappresentazione della vita, bensì andare a cercarla dove nasce veramente, nelle chiacchiere dei ragazzi, nei brividi del cuore, nel formarsi di un’idea” (Eric Rohmer) Quarto mese di programmazione cinematografica all’Arena Argentina di Catania. Di seguito il calendario completo in cui vi segnaliamo: il grande film di C. Eastwood sulla vita di Charlie Parker, Bird; il capolavoro di Steve McQuenn Hunger che racconta la storia e la vita di Bobby Sands attivista irlandese degli anni 80; Tutti i nostri desideri di  di Philippe Lioret; C’era una volta in Anatolia, di Nuri Bilge Ceylan; Il canto delle spose, di e con Karin Albou; infine alcune scelte di film del cinema passato che vale sempre la pena rivedere . 
Evidenziati in blu i film che consigliamo di vedere.

Programmazione Arena Argentina Catania: Giugno – Luglio – Agosto

SETTEMBRE
inizio spettacoli ore 20:45 – 22:45, tranne dove diversamente specificato 

sabato 1
Dark shadow, di Tim Burton, con Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Chloe Moretz; Usa 2012; 1h e 53 min.

Dark Shadows, l’horror comedy di Tim Burton che solletica senza entusiasmare, con Johnny Depp vampiro demodé e divertente, il maestro del gothic regala un film ben fatto che però non eccelle, riproponendo toni e tinte già viste.
A metà del XIII° secolo, i coniugi Collins e il figlioletto Barnabas salpano dall’Inghilterra alla volta del Maine, dove avviano un impero commerciale e favoriscono la nascita di una cittadina che porta il loro nome: Collinsport. Anni dopo, Barnabas è un giovin signore ricco e di bell’aspetto, che s’innamora perdutamente della dolce Josette e infrange così il cuore di Angelique Bouchard, che lo aveva servito e adorato. Assetata di vendetta, Angelique, che è una potente strega, lo tramuta in vampiro e lo fa seppellire vivo. Al suo risveglio, nel 1972, Barnabas scopre che il suo maniero e la sua famiglia sono andati in rovina e che l’intera città vive nel mito dell’intraprendente Angie, imprenditrice di successo e vecchia conoscenza di Barnabas. [sentieri selvaggi]

domenica 2
Anonymous, di Roland Emmerich, con Edward Hogg, Vanessa Redgrave; Germania 2011; 2h e 10 min.; ore 20,30 – 22,45

Anonymous non è un film su Shakespeare, ma un film che ne smitizza la figura affermando che era un impostore prestanome. Le sue opere, specie quelle più importanti e amate quali Romeo e Giulietta, Amleto e Macbeth sono frutto dell’ardente creatività di Edward de Vere, Conte di Oxford, che dovette rinunciare ad assecondare le sue passioni letterarie ritenute da alcuni disdicevoli per un nobile, in un’epoca nella quale il teatro era considerato peccaminoso. Nel momento in cui si intende sostenere una tesi, sarebbe preferibile esporre delle argomentazioni serie anziché romanzate, evitando di mescolare fatti storici alla fantasia e di ricorrere a trame da soap-opera poco idonee a un film definito come “dramma storico”. Soprattutto, nel momento in cui si scrive la sceneggiatura di un supposto dramma storico è necessario avvalersi di una documentazione comprovata, o almeno attenersi al corretto ordine cronologico dei fatti che si vogliono raccontare. [cinefile.biz]
Roland Emmerich voleva farci credere di aver abbandonato il genere catastrofico, e invece con Anonymous realizza il Disaster Movie definitivo. Per farlo, utilizza l’arma di distruzione di massa più letale di tutte: la parola, o, se preferiamo, l’Arte in generale; piegando così al suo volere la Storia e la miseria delle umane gesta, schiacciate dalla potenza e dall’inafferrabilità del pensiero [sentieri selvaggi

lunedì 3
Bird, di Clint Eastwood, Con Forest Whitaker, Diane Venora; Usa 1988; 2h e 40 min.; Spettacolo unico ore 21

Quasi un esercizio di stile cinematografico, questo di Clint Eastwood. Ma un esercizio perfettamente riuscito: il regista utilizza ottimamente il flashback per raccontarci nello spazio di 160 minuti la folgorante carriera, ma soprattutto la tormentata vita, di uno dei più grandi geni che il mondo della musica abbia mai visto. I continui salti avanti e indietro nel tempo, oltre a non dar modo allo spettatore di rilassarsi, hanno anche l’effetto di rendere meno facilmente afferrabile il senso della vita di Bird e le ragioni delle scelte che ha fatto. E la cosa è chiaramente voluta, in modo da non rischiare di smitizzare una leggenda come Parker riducendolo ad un “semplice” uomo problematico.
Forest Whitaker sembra essere nato per interpretare il ruolo di Parker, con quella sua faccia perennemente imbarazzata e la figura imponente. Bird è il suo primo ruolo da protagonista, e l’attore texano dimostra qui di avere il carisma per costruirsi una carriera da star, che in seguito non è però stato capace di mettere insieme.
Bird è una biografia musicale, e in un film del genere è importante notare come sia davvero il sassofono di Charlie Parker a suonare le note delle sue melodie. Certo gli accompagnamenti sono rifatti in studio per l’occasione, ma i tecnici del suono (giustamente premiati con l’Oscar) hanno fatto un lavoro splendido per non farci accorgere di questa manipolazione.
Ben diverso da Honkytonk Man, altra biografia musicale (stavolta fittizia, anche se in qualche modo ricca di notazioni autobiografiche) diretta da Eastwood, Bird è un film ancora più riuscito, ancor più sentito. È un viaggio senza cinture di sicurezza nell’improvvisazione musicale, nel genio più puro, nell’angoscia più profonda. È un doloroso viaggio nella vita di Charlie Parker. [cinefile.biz]

martedì 4
Cena tra amici, di Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte, con Patrick Bruel, Valérie Benguigu; Francia/Belgio 2012; 1h e 49 min.

le prenom - cena tra amiciVincent, agente immobiliare quarantenne si reca a cena dalla sorella Elizabeth e dal cognato Pierre (entrambi docenti). È stato invitato anche Claude che è un orchestrale. In attesa della ritardataria moglie Anne, Vincent si trova al centro dell’attenzione. I due infatti stanno per avere un bambino. Tutto procede per il meglio sino a quando si tocca un argomento che dà il via a una serie di situazioni problematiche: il nome scelto per il nascituro.
Di cene più o meno tra amici, magari con delitti previsti nel menu, il cinema mondiale ne ha già imbandite tante. Meglio avrebbe fatto la distribuzione italiana a tradurre letteralmente il titolo originale o, comunque, a rievocarne la specificità. È ‘il nome’ non tanto la cena il perno attorno a cui ruota tutto il film. A partire dai curiosi titoli di testa in cui i cognomi di chi ha collaborato alla riuscita dell’operazione sono rigorosamente esclusi. Per proseguire poi con il percorso di un ragazzo che consegna le pizze in moto, marcato dalle intestazioni delle strade con tanto di minibiografia dei titolari.
Infatti, inserendosi nella tradizione del teatro boulevardier di qualità Cena tra amici costruisce tutto attorno a un nucleo centrale e, come accadeva a Francis Veber per il riuscito La cena dei cretini Delaporte e De la Patelliére hanno il controllo assoluto dei tempi comici. La loro è un’opera prima per quanto riguarda il cinema ma il testo è stato scritto a quattro mani e il cast (con un’eccezione) è quello della messa in scena (hit al box office) di Bernard Murat. L’eccezione è costituita da Charles Berling che sostituisce Jean Michel Dupuis aggiungendo, per il pubblico francese, un alone di Gauche acculturata che l’attore ha costruito nel corso della sua carriera. Non si pensi di trovarsi dinanzi a una rivisitazione di Carnage. Là l’incontro avveniva tra sconosciuti mentre qui c’è un passato di relazioni e di non detto che finisce per prendere il centro della scena. La teatralità originale a tratti si fa sentire, soprattutto quando i toni iniziano ad esasperarsi, ma complessivamente il film tiene e riesce a far sorridere (un po’ amaramente) anche se, il doppiaggio (per quanto perfetto) priva queste commedie d’Oltralpe di quella musicalità (che si trasforma talvolta in pomposità) e di quel ritmo che sono insiti nella lingua. Il finale per alcuni costituirà una vera sorpresa (da più punti di vista). [mymovies]

mercoledì 5
L’industriale, di Giuliano Montaldo, con Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini; Italia 2011; 1h e 34 min.

Proprietario di una fabbrica ad un passo dal fallimento, l’ingegnere quarantenne Nicola Ranieri non può più ottenere prestiti bancari per tamponare la situazione. Se la procedura di una salvifica join venture con una compagnia tedesca è sempre più incerta, per caparbietà e orgoglio rifiuta anche quell’aiuto economico della ricca suocera che potrebbe salvarlo. Mentre gli operai dimostrano comprensibile preoccupazione per il loro futuro, la moglie Laura appare sempre più distante. L’industriale comincia così a nutrire dubbi sulla fedeltà della consorte e si mette a pedinare ogni sua mossa. [mymovies]

giovedì 6
Hunger, di Steve McQuenn, con Michael Fassbender, Liam Cunningham; G.B./ Irlanda 2008; 1h e 36 min.; Vincitore Camera d’or al Festival di Cannes

La storia vera di Bobby Sands, attivista irlandese degli anni ottanta, martire della resistenza. Bella sorpresa per il film d’esordio del regista di Shame, presentato quattro anni fa a Cannes nella sezione Un certain regard. Un’opera prima che attraversa il cinema, la scultura e la fotografia sviluppando una narrativa filmica che inevitabilmente si allontana dal cinema classico per adottare un approccio più libero. [sentieriselvaggi]
Irlanda del Nord, 1981. Il Primo Ministro Margaret Thatcher ha abolito lo statuto speciale di prigioniero politico e considera ogni carcerato paramilitare della resistenza irlandese alla stregua di un criminale comune. I detenuti appartenenti all’IRA danno perciò il via, nella prigione di Maze, allo sciopero “della coperta” e a quello dell’igiene, cui segue una dura repressione da parte delle forze dell’ordine. Il primo marzo, Bobby Sands, leader del movimento, decreta allora l’inizio di uno sciopero totale della fame, che lo condurrà alla morte, insieme a nove compagni, all’età di 27 anni.
Il britannico Steve McQueen ha con l’immagine un rapporto estremamente fisico, che qui porta all’estremo, dal fisico al fisiologico, poiché le armi della contestazioni sono dapprima i rifiuti del corpo e poi il corpo stesso, ultima risorsa a disposizione e ultimo baluardo di libertà: quella di poter scegliere di disporre di sé, della propria vita e della sua fine. Ed è tutto attorno a questo percorso insostenibile del libero arbitrio del protagonista che si muove Hunger, con una struttura originale e studiata, cerebrale, ma che procede verso la nudità (la coltre di neve, poi la coperta poi il lenzuolo/sudario), anzi la scarnificazione, e cerca la provocazione utile, vitale, morale, non quella sterile dello shock immediato e presto dimenticato.
Regista dell’espressività, che dà spazio alla materia e lo toglie alla parola, mettendo il dialogo al centro dell’opera e lì soltanto, nel piano-sequenza di 20 minuti che spezza il silenzio del prima e anticipa quello del dopo, McQueen lascia che il faccia a faccia tra Michael Fassbender e Michael Cunningham dica tutto quello che si può dire sull’argomento: dopo di ché, ancora, la scelta è privata, personale, ma questa volta chiama in causa anche lo spettatore. Da artista della contemporaneità quale è, infatti, Mc Queen non si limita a dipingere sulla tela ma instaura una relazione interattiva con l’altro lato dello schermo. Non è certo un cinema della grande illusione, il suo, se mai è un cinema della ferita dolorante, come avverte una delle prime immagini, quella delle nocche distrutte della guardia carceraria.
Lo stile è tutto ed è posto in evidenza senza remore, perché al servizio di una causa, con la stessa esposizione all’ambiguità o all’incomprensione che affronta il protagonista in scena. [mymovies]

venerdì 7
Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Roberto Faenza, con Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu; Italia 2011; 1h e 38 min.;

James Sveck ha diciassette anni e nessuna voglia di essere raggiunto. Dal cellulare, che butta in un bidone artistico, e dagli adulti che lo vorrebbero consumatore di oggetti e affetti. Figlio di genitori separati e fratello minore di una sorella maggiore invaghitasi di un professore di teoria del linguaggio, James rifugge il mondo e comunica soltanto con Nanette, nonna di buon senso e di buon cuore, e Miró, un cagnetto nero che si crede umano. Deciso a non frequentare l’università e ad acquistare una vecchia casa nel Midwest in cui leggere libri e lavorare il legno per il resto della vita, il ragazzo è incalzato da mamma e papà che lo vogliono cool e realizzato. Gallerista con tre matrimoni falliti alle spalle, la madre, Peter Pan incallito col vizio della chirurgia estetica, il padre, i genitori di James corrono ai ripari e lo invitano a incontrare una life coach che gli indichi la via per il successo (sociale). Sensibile e umana la sua terapista ne accerterà la grande sensibilità, esortandolo a vivere secondo le regole del suo cuore.
Come il celebre Holden di Salinger, James ha pochi anni e poca stima per quel mondo adulto che vede approssimarsi con la sua arrogante apparenza. Come Holden, ancora, è sospeso tra ‘un’infanzia schifa’ e le ‘cose da matti’ dei grandi, tra le panchine di Washington Square e i laghetti di Central Park, da dove partono ma non si sa mai “dove vanno a finire le papere”. Dietro James però c’è una New York meno accessibile alla narrazione che prova a ricostruire la sicurezza in se stessa ricominciando a raccontare e a raccontarsi. Trasposizione del romanzo omonimo di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile è il secondo film americano di Roberto Faenza, che guarda agli adolescenti della solidissima tradizione letteraria statunitense e realizza il ritratto di un ragazzo complesso, profondo e curioso che ha il volto e la sensibilità di Toby Regbo. Dalla New York indagata dal tenente di Harvey Keitel (Copkiller – L’assassino dei poliziotti), il regista torinese procede a indagare un adolescente che in quella stessa città avvia una ribellione silenziosa provocata dalla sua inquieta e dolorosa esplorazione. James ha la saggezza e la pulizia che manca agli adulti in scena e intorno a lui, mai giudicati dal regista ma accolti con le loro ossessioni, quella di adescare mariti o quella di collezionare sottane. A equilibrare una genitorialità eccentrica e la sua grottesca simulazione di giovinezza, ci pensa la nonna di Ellen Burstyn, che esclude il modello del ‘si fa così’ incoraggiando nel nipote la capacità di produrre la sua differenza e di spiazzare quello che la società si aspetta da lui.
Asciutto e lineare, il film di Faenza aderisce al romanzo di formazione di Cameron cogliendone l’anima, le percezioni sociali, le relazioni interpersonali, le visioni sulla realtà, l’aria del tempo, la ‘normalità’ intesa come rinnovamento morale e non come routine sclerotizzata. Nell’attesa di non andare al college e dentro una galleria in cui nessuno compra mai niente, il giovane James capirà che non ci si può sottrarre alla vita anche se ancora non si sa che cosa si vuole da quella vita. Ma per viverla un giorno il dolore accumulato gli sarà utile insieme a quelle cose che la nonna gli ha lasciato. Un tesoro custodito nel cuore e in un deposito climatizzato di Long Island City. [mymovies]
Adattando il bel romanzo di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile, Roberto Faenza è il terzo regista italiano che si confronta con l’America ferita post 11 settembre. Ma il suo è uno sguardo impaurito, timido, indeciso, che anestetizza l’immaginario americano in una veduta da cartolina metropolitana: non c’è sangue, passione, Vita in queste inquadrature e il film finisce per essere l’ennesimo compitino di un europeo in trasferta senza infamia e senza lode. [sentieriselvaggi]

sabato 8
La talpa, di Tomas Alfredson, con Gary Oldman, Kathy Burke, Colin Firth; G.B. 2011; 2h e 7 min.; ore 20,30 – 22,45

Londra, 1973. Control, il capo del servizio segreto inglese, è costretto alle dimissioni in seguito all’insuccesso di una missione segreta in Ungheria, durante la quale ha perso la copertura e la vita l’agente speciale Prideaux. Con Control se ne va a casa anche il fido George Smiley, salvo poi venir convocato dal sottogretario governativo e riassunto in segreto. Il suo compito sarà scoprire l’identità di una talpa filosovietica, che agisce da anni all’interno del ristretto numero degli agenti del Circus: quattro uomini che Control ha soprannominato lo Stagnaio, il Sarto, il Soldato e il Povero.
John Le Carré, prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato dipendente del MI6 e ha effettivamente visto la propria carriera interrompersi a causa di un agente doppiogiochista al soldo del KGB. Di questa trasposizione per il grande schermo Le Carrè stesso ha dichiarato: “sono orgoglioso di aver consegnato ad Alfredson il mio materiale, ma ciò che ne ha realizzato è meravigliosamente suo”, e non potrebbe esserci verità più lampante e gradita.
Meno rispondente, forse, al sapore del libro ricreato in sede televisiva trent’anni fa con un grande Alec Guinnes e il plauso incondizionato dell’autore, la Talpa di Alfredson soffrirebbe dentro qualsiasi schermo più piccolo di quello cinematografico. Perché è di un gran film che si tratta, di quel genere di film che è reso tale dalla perfezione delle parti e da qualcosa di più.
Visivamente impeccabile -elegante e vivido al punto che si sentono l’odore della polvere sui mobili, il leggero graffiare del tessuto dei cappotti, il fumo delle sigarette, l’umido, i sospiri-, il film ha una delicatezza che non si direbbe possibile sulla carta, parlato moltissimo com’è, da attori dal peso specifico enorme (dei quali il recentemente oscarizzato Colin Firth è in fondo il meno impressionante)…[mymovies]
È un peccato che il regista svedese non si sia abbandonato del tutto alla sua intuizione di realizzare la più nitida spy story omosessuale che sia mai stata fatta. Al termine del suo film dopo tanta noia “di classe”, rimane il rimpianto per aver intravisto una chiave, gli indici di un melodramma in potenza che purtroppo rimangono sfumature dentro un involucro monodimensionale.. [sentieriselvaggi

domenica 9
Tutti i nostri desideri, di Philippe Lioret, con Vincent Lindon, Amandine Dewasmes, Marie Gillain; Francia 2012; 2h; ore 20,30 – 22,40

Claire è una giovane magistrato del Tribunale di Lione. Ha due figli piccoli e una vita familiare serena fino a quando l’individuazione di un tumore cerebrale la sconvolge. Decide però di tener nascosta al marito la malattia temendo che lui non riesca a sopportare lo choc. Claire si trova inoltre di fronte a un palese caso di circonvenzione da parte di un istituto di credito nei confronti di una giovane madre con cui è entrata in contatto dato che i figli frequentano la stessa scuola materna. Con la collaborazione di Stéphane, un collega determinato e più in là negli anni decide di procedere affinché la trasparenza nei contratti sia ineludibile. Il tempo però stringe. [mymovies]
Quello che costruiamo giorno per giorno, a chi appartiene? Possiamo veramente imparare ad immaginare un “mondo senza di noi”? Toutes nous envies è un film sulla natura dei nostri desideri, sui luoghi imprevisti e meravigliosi dove, a volte, essi si nascondono. E lo sguardo dolce e ambiguo di Loiret, ci regala l’ennesimo piccolo, piccolissimo capolavoro di un regista che, ormai ci è chiaro, riesce a illuminare col cuore ogni storia..[sentieriselvaggi]  

lunedì 10
L’uomo dal braccio d’oro, di Otto Preminger, con Frank Sinatra, Kim Novak, Darren McGavin; Usa 1955; 2h; ore 20,30 – 22,40

Professionista del poker con moglie paralitica per colpa sua, si dà alla droga ma cerca disperatamente il riscatto nell’amore di una dolce entraîneuse. Sinatra in gran forma, bella musica di Elmer Bernstein (prima partitura jazz scritta interamente per un film), splendido bianconero di Sam Leavitt per un melodramma robusto e poco plausibile sulla droga. Titoli geniali di Saul Bass. Da un romanzo (1949) di Nelson Algren, adattato da Walter Newman e Lewis Meltzer. Fu il primo film di una “major” sulla tossicodipendenza dall’eroina, tema proibito dal codice Hays di autocensura.

 

martedì 11
Chef, di Daniel Cohen, con Jean Reno, Michaël Youn; Francia 2012; 1h e 25 min.

Jacky è un cuoco dai gusti raffinatissimi costretto a misurarsi con taverne e bistrot parigini dove i clienti consumano solo cibo mordi e fuggi. Licenziato dall’ennesimo ristorante, trova un impiego come imbianchino in una casa di riposo per riuscire a sostenere le esigenze della compagna, incinta e prossima al parto. La sua attitudine per la nouvelle cuisine lo porta tuttavia a intromettersi continuamente nella cucina e nelle ricette per gli anziani, tanto da attirare l’attenzione di Alexandre Lagarde, famosissimo chef in crisi di ispirazione. Oppresso da un giovane imprenditore che minaccia di portargli via il suo ristorante, Lagarde offre a Jacky l’opportunità di lavorare al suo fianco per continuare a far brillare le stelle del suo gourmet… [mymovies]

mercoledì 12
Ruggine, di Daniele Gaglianone, con Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Valeria Solarino; Italia 2011; 1h e 49 min.; Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

Nord Italia. Fine anni Settanta. Estate. Alla periferia di una città in un quartiere abitato da immigrati del sud e e del nord est un gruppo di ragazzini, capitanati dal siciliano Carmine ha costituito come proprio dominio il Castello, due vecchi silos arrugginiti. Nel quartiere giunge un nuovo medico condotto, il dottor Boldrini. Il suo atteggiamento aristocratico intimorisce un po’ gli abitanti i quali lo temono e lo ammirano al contempo. I bambini scopriranno un suo terribile segreto ma avranno timore di non essere creduti nel momento in cui dovessero raccontarlo agli adulti. Oggi Carmine, Sandro e Cinzia sono tre adulti su cui quel passato ha lasciato dei segni profondi… [mymovies]

giovedì 13
Le nevi del Kilimangiaro, di Robert Guediguian, Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin; Francia 2011; 1h e 47 min.; Presentato al Festival di Cannes

Michel non ha più un lavoro ma ha ancora una moglie a cui lo legano trent’anni d’amore, due figli e tre piccoli nipoti. La sua vita serena, trascorsa all’insegna dell’amicizia e della solidarietà, viene bruscamente interrotta da una rapina, in cui resta coinvolto e sconvolto insieme alla compagna, alla sorella e al cognato. Deciso ad ottenere giustizia e a recuperare il maltolto e due biglietti per l’Africa, regalo di anniversario dei figli, Michel scoprirà accidentalmente che uno dei suoi rapitori è un giovane operaio licenziato insieme a lui. Amareggiato ma persuaso all’azione, lo denuncia alla polizia che lo arresta davanti agli occhi dei due fratelli minori. Il ragazzo rischia adesso una pena di quindici anni e una detenzione lontana dai fratellini di cui da anni si occupava da solo. Dopo un duro scontro verbale col suo rapitore, Michel lo colpisce con uno schiaffo. Il gesto involontario lo getta in una profonda crisi da cui riemergerà interrogandosi sulla sua vita, sul valore del perdono e sul futuro di due bambini scompagnati… [mymovies]

venerdì 14
The raven, di James McTeigue, con John Cusack, Luke Evans; Usa 2012; 1h e 52 min.

the ravenNel 1849 Edgar Allan Poe vive a Baltimora in pessime condizioni economiche, elemosinando bevute nelle locande e qualche angolo nei giornali locali per pubblicare le sue poesie. Unica luce della sua esistenza è Emily, la giovane e ricca figlia di un militare in pensione, che lo scrittore è intenzionato a sposare contro il fermo volere del padre. Una notte, la polizia ritrova il cadavere di due donne, una madre e una figlia, in un appartamento chiuso dall’interno senza possibili vie di fuga. L’ispettore Emmett Fields riconosce nella scena dell’omicidio gli stessi dettagli narrati da Poe nel racconto I delitti della Rue Morgue e decide di coinvolgerlo nelle indagini. Lo scrittore diviene così suo malgrado l’unica persona in grado di interpretare gli indizi lasciati sul luogo dall’estimatore assassino… [mymovies]
The Raven si muove sul confine tra l’archetipo e l’apocrifo, recuperando i frammenti dei racconti di Poe con vocazione filologica per poi deformarli alla luce di un mutato immaginario, che torna a riflettere retroattivamente sulle proprie origini, tradendole e reinventandole. Tentando di ricostruire ciò che vi è nel mezzo, e quindi gli ultimi giorni di vita come espediente per arrivare al cuore dell’autore, The Raven risulta un’opera imperfetta ma coraggiosa che cerca di mediare la riflessione teorica con l’afflato emotivo, ma che solo a tratti sfiora la complessità e la capacità visionaria di Poe… [sentieriselvaggi

sabato 15
C’era una volta in Anatolia, di Nuri Bilge Ceylan; Turchia 2011; 2h e 45 min.; Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes; Spettacolo unico ore 21

Tre auto viaggiano nella notte nella provincia dell’Anatolia. Cercano qualcosa nell’oscurità: ogni collina, ogni albero potrebbero essere il luogo giusto. Sono un commissario con i suoi poliziotti, un procuratore e un medico, conducono il sospettato di un crimine alla ricerca del luogo dove avrebbe sepolto il cadavere. Vagano senza risultati, si fermano a mangiare dal sindaco di un paesino, poi riprendono la ricerca. All’alba trovano il corpo, lo caricano in auto e lo trasportano nella cittadina per farlo riconoscere dalla moglie ed eseguire l’autopsia.
È un poliziesco molto anomalo il quarto film (su sei lungometraggi realizzati in carriera) che il regista turco Nuri Bilge Ceylan porta in concorso a Cannes, dove è stato già premiato per Uzak – Lontano e Le tre scimmie. Un’indagine lunga una notte che non serve a dare risposte sul crimine quanto, per i personaggi, a guardarsi intorno e guardarsi dentro. Bilge Ceylan fa un cinema di tempi dilatati (la pellicola supera le due ore e mezza) e di attenzione ai dettagli, riesce a esplorare l’animo dei suoi personaggi facendone uscire passato e sentimenti dai particolari. Il film è strutturato su tre parti, come in tre atti di Anton Checov (che il regista, autore della sceneggiatura con la moglie Ebru e con Ercan Kesal, cita nei titoli): nella prima il protagonista è il commissario Naci, nella seconda il procuratore Nusret, nella terza il medico Cemal. I dialoghi sembrano casuali, ma non lo sono, uno, quello più cruciale, viene interrotto e ripreso nel corso delle tre parti. Riguarda la storia di una donna che ha previsto la sua morte ed è deceduta esattamente il giorno che aveva predetto… [mymovies]
In Anatolia, si compone un quadro di intrighi e misteri, nel bel mezzo di un’area vulcanica, nell’arida steppa. È la verità che straordinariamente si fa cinema o il cinema che ordinariamente invade la realtà? In entrambi i casi, Ceylan sente il desiderio di scolpire definitivamente le impronte di uno sguardo ormai giunto al culmine di una mitologia immaginaria consolidata e scavalca una certa autorialità esibita… [sentieriselvaggi]

domenica 16
Pollo alle prugne, di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi, con Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros; Francia 2011, 1h e 31 min.; Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

Tehran, 1958. Nasser Ali è un virtuoso del violino, che la moglie ha fatto a pezzi, infrangendogli il cuore. Perduto il suo strumento, Nasser prova inutilmente a sostituirlo, spingendosi in botteghe di città lontane. Fallito ogni tentativo e incapace di essere altro che un musicista, Nasser si lascia morire nel suo letto davanti agli occhi smarriti dei suoi figli e di una consorte mai amata. Negli otto giorni che precedono la sua cercata dipartita, Nasser ripercorrerà come in una favola la sua vita e il dolce segreto che l’ha ispirata. Incantandola per sempre… [mymovies]
Rovinoso crack per i due registi dell’ottimo Persepolis, tratto da una graphic novel della Satrapi, forse variante di Romeo e Giulietta ma estetizzante e compiaciuto, ignaro dei danni che ha fatto Il favoloso mondo di Amelie al suo immaginario e ingolfato da deformazioni prospettiche e cromatiche. “Così cominciano le fiabe persiane…”. Ma della loro magia, neanche l’ombra. [sentieriselvaggi

lunedì 17
L’odio, di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassell; Francia 1995; 1h e 35 min.; Presentato al Festival di Cannes

L’odio (La Haine) è un film in bianco e nero del 1995 scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore del premio per la miglior regia al 48º Festival di Cannes. Il film prende spunto dal fatto reale dell’uccisione di un ragazzo delle banlieue parigine da parte della polizia.
Nella versione originale francese, i dialoghi del film sono in verlan, un tipico gergo parigino, che consiste nell’inversione delle sillabe di una parola per crearne una nuova.

Il film narra le vicende di tre ragazzi delle banlieue di Parigi durante gli scontri provocati dopo le accuse di pestaggio da parte della polizia nei confronti di un ragazzo del ghetto, tale Abdel, ora ricoverato in fin di vita sotto stretta sorveglianza. Gli scontri vengono mostrati all’inizio del film con immagini documentaristiche di archivio reali.
Vinz è pieno di rabbia. Vede se stesso come un teppista che merita rispetto, che crede debba essere conquistato con la violenza. Hubert cerca di vivere con tranquillità il ghetto, odiando ciò che vede intorno a sé, acuito dalla devastazione durante gli scontri notturni della palestra che gestiva. Saïd cerca di cavarsela restando a metà strada tra la responsabilità e la violenza del ghetto.
Durante gli scontri, un agente perde la pistola; la trova Vinz, che giura di usarla per uccidere un poliziotto nel caso in cui Abdel muoia. Il film racconta, con precisi riferimenti cronologici, del giorno e della notte successive agli scontri.
Il produttore del film, Christophe Rossignon, ha un piccolo ruolo come tassista. Il regista del film, Mathieu Kassovitz, compare nel ruolo del naziskin catturato dai tre protagonisti. [wikipedia]
Uno dei film europei più emblematici degli ultimi vent’anni; L’odio sconvolse il mondo quando uscì, nel 1995, e raccontò la rabbia delle banlieues prima che se ne accorgesse la cronaca. L’edizione in DVD della Raro Video a cura di Boris Sollazzo fa un gran bel lavoro: ottima la resa fotografica del bianco e nero, ottima l’idea di omaggiare gli spettatori con i tre corti di Kassovitz. Il tutto è accompagnato da un prezioso e curatissimo booklet. [sentieriselvaggi

martedì 18
I primi della lista, di Roan Johnson, con Claudio Santamaria, Francesco Turbanti, Daniela Morozzi, Fabrizio Brandi; Italia 2011; 1h e 25 min.; Presentato al Festival di Roma

Pisa, giugno del 1970. Invece di prepararsi per l’esame di maturità, Renzo Lulli e Fabio Gismondi si recano per un provino con la chitarra a casa di Pino Masi, cantautore ben inserito all’interno dell’ambiente della contestazione. Mentre i due studenti stanno eseguendo la “Ballata del Pinelli” davanti a quello che per loro è un leader indiscusso, arriva – segretissima – la notizia di un golpe. Masi ha le idee chiare: senza perdere un attimo di tempo, bisogna andarsene fuori città, forse raggiungere il confine, espatriare, perché quando il colpo di stato avrà luogo, i musicisti, gli scrittori e gli intellettuali saranno i primi della lista.
Tratto da vicende realmente accadute, il primo lungometraggio di Roan Johnson è un vivo racconto di viaggio pieno di spirito e affetto, la divertente fotografia di un periodo caldo della nostra storia recente ormai lontano e idealizzato. [mymovies]

mercoledì 19
L’ultimo terrestre, di Gianni Pacinotti, con Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Roberto Herlitzka; Italia 2011; 1h e 40 min.; Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

ultimo terrestreLuca Bertacci è un uomo solo, sulla terra e nell’Italia prossima a un’invasione aliena. Abbandonato in tenera età dalla madre, Luca è cresciuto con un’idea alterata delle donne e dell’amore che cerca negli annunci erotici dei giornali. Segretamente innamorato della sua vicina, che gli preferisce un bellimbusto che specula su illuminazioni ed extraterrestri, Luca lavora come cameriere al Bingo, vive in un appartamento impersonale e parcheggia in un garage troppo grande per la sua auto e la sua inadeguatezza. La morte del gatto della dirimpettaia, sempre origliata e osservata, muoverà finalmente la sua vita in una direzione altra e felice, rischiarata dall’amore e dalla luce ‘evoluta’ della diversità.
Se il cinema civile italiano sembra paralizzato, l’opera prima di Gian Alfonso Pacinotti prova ad ‘animarlo’ svicolando nel grottesco e nel simbolico e cogliendo l’Italia in un futuro prossimo e per nulla turbato da uno sbarco alieno. Fumettista pisano di grande talento e sensibilità, Pacinotti si lascia ispirare per il suo debutto dalle ‘nuvole’ di Giacomo Monti, di cui adatta il romanzo a fumetti “Nessuno mi farà del male”. Ripartito in venti episodi, la graphic novel di Monti diventa sullo schermo un lungo racconto che raccorda le storie originali attraverso un unico personaggio, alieno tra gli alieni e ‘affetto’ da un problema personale (l’alessitimia)… [mymovies]

giovedì 20
Faust, di Alexander Sokurov, con Johannes Zeiler,Georg Friedrich, Hanna Schygulla; Russia 2011; 2h e 14 min.; spettacolo unico ore 21

Quarta e ultima parte della tetralogia di Aleksandr Sokurov sulla natura del potere, Faust è l’unico personaggio letterario della partita, dopo Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e Hiroito (Il sole), ma è anche quello contenuto in nuce in tutti gli altri, per il carattere mitico e simbolico che porta in sé. Il regista russo rilegge liberamente tanto l’opera di Goethe che quella di Mann, scegliendo l’ambientazione ottocentesca e mantenendo la lingua tedesca e l’idea tragica di fondo, per cui la condizione umana consisterebbe in un continuo errare. Sokurov inscena, dunque, questa (diabolica) perseveranza nell’errore costringendo i suoi personaggi a un procedere senza sosta, a una letterale erranza tra boschi, case, lande, ghiacciai. Il protagonista del film non si ferma un istante, tanta è la sua sete di sapere e tanta è la lontananza dalla meta. A questo movimento senza soluzione di continuità si aggiunge una forza opposta ma altrettanto intensa e inestinguibile che (co)stringe gli esseri umani presenti nell’inquadratura, obbligandoli a farsi largo l’uno sugli altri, a scavalcarsi ad ogni occasione. La gestualità è teatrale, esasperata, ma la sensazione di brulicante claustrofobia ci riporta anche alla pittura di Bosch, non a caso un artista che ha utilizzato il realismo per raccontare il male immateriale e i cui dipinti pullulano di creature dannate e sofferenti… [mymovies]
Il maestro russo conclude la sua tetralogia sulla natura del potere e dopo Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e Hirohito (Il sole) si affida alla rilettura del celebre mito di Goethe. Questo è un film che trasuda una strana vitalità, sospinto verso un gioco che non è solo la scommessa mefistofelica, né tanto meno l’estasi dell’attimo felice, ma ha quasi la portata fisica del gesto che libera i corpi, che scardina la rigidezza dell’esistere nella sua idealità. Arriva in sala il Leone d’Oro dell’ultima VENEZIA 68. [sentieriselvaggi

venerdì 21
W/E, di Madonna, con Abbie Cornish, Andrea Riseborough, Oscar Isaac, James Fox; G.B. 2011; 2h; Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia; ore 20,30 – 22,40

Manhattan, 1998. La giovane Wally Winthrop, intrappolata in un matrimonio pubblicamente invidiabile ma personalmente umiliante, frequenta quotidianamente l’esposizione dei cimeli del duca e della duchessa di Windsor nei locali di Sotheby’s e si lascia ossessionare dalla storia di re Edward, che negli anni Trenta abdicò alla guida dell’impero inglese per amore di Wallis Simpson, americana senza doti né dote, due volte divorziata. Mescolando i propri sogni ad occhi aperti con la lettura della vera corrispondenza di Wallis Simpson, la giovane immagina i retroscena di quella che è stata definita la più grande storia d’amore del ventesimo secolo e il sacrificio che ha imposto, anche o soprattutto a Wallis… [mymovies]

sabato 22
Quando la notte, di Cristina Comencini, con Claudia Pandolfi, Filippo Timi; Italia 2011; 1h e 54 min.; Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

Estate. Marina, sposata e con un bambino piccolo, arriva in montagna per trascorrere un mese di vacanza con lui. La casa in cui alloggia è fuori dal paese ed appartiene al solitario e cupo Manfred, guida alpina. Il piccolo piange e non dorme esasperando Marina. Finché una notte accade qualcosa nel suo appartamento. Manfred sfonda la porta, trova il bambino ferito e lo soccorre. Da quel momento ha inizio una sorta di indagine reciproca: Marina e Manfred hanno dentro delle ferite che cercano inutilmente di nascondere anche a se stessi.
Ci sono dei buoni romanzi che vengono totalmente traditi dalla loro trasposizione cinematografica perché chi ne ha scritto la sceneggiatura non ha compreso il loro significato più profondo. Ci sono però anche buoni romanzi che andrebbero sottratti ai loro autori quando questi sono anche registi. È il caso di Quando la notte in cui la Comencini regista non ha saputo prendere la giusta distanza da un libro che Daria Bignardi ha giudicato “pieno di una tensione che non si placa mai, come in certi amori che fanno male”. Qui invece a fare male e a farsi del male è il film che, dopo un avvio promettente, affonda in una progressiva serie di situazioni e battute che suonano come irreali, quando non involontariamente comiche… [mymovies]
Ancora un altro romanzo della regista, esempio di una dipendenza parola-immagine specchio di uno sguardo borghese dove i problemi individuali sono i problemi del mondo, che parla senza ascoltare e trascina nel baratro anche attorti come Claudia Pandolfi e Filippo Timi, e che ci vuole dire anzi imporre quanto è profondo. Probabilmente lo è, siamo noi che non lo capiamo… [sentieriselvaggi

domenica 23
La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner, con Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance; Francia 2010; 1h e 51 min.

Julia Jarmond è una giornalista americana, moglie di un architetto francese e madre di una figlia adolescente. Da vent’anni vive a Parigi e scrive articoli impegnati e saggi partecipi. Indagando su uno degli episodi più ignobili della storia francese, il rastrellamento di tredicimila ebrei, arrestati e poi concentrati dalla polizia francese nel Vélodrome d’Hiver nel luglio del 1942, ‘incrocia’ Sara e apprende la sua storia, quella di una bambina di pochi anni e ostinata resistenza che sopravviverà alla sua famiglia e agli orrori della guerra. Impressionata e coinvolta, Julia approfondirà la sua inchiesta scoprendo di essere coinvolta suo malgrado e da vicino nella tragedia di Sara. Con pazienza e determinazione ricostruirà l’odissea di una bambina, colmando i debiti morali, rifondendo il passato e provando a immaginare un futuro migliore… [mymovies]

lunedì 24
L’erba di grace, di Nigel Cole, Con Leslie Phillips, Brenda Blethyn, Craig Ferguson; G.B. 2000; 1h e 30 min.

Una commedia romantica deliziosamente inglese. Nella verde, ridente e tranquilla Cornovaglia, una dolce signora si trova a dover affrontare debiti e misfatti del defunto marito. Senza farsi prendere dallo sconforto e senza dimenticare la sua gentilezza tutta di provincia, trova il modo di far fruttare il proprio pollice verde: dagli innesti di orchidee passa alla coltivazione intensiva di marjuana. Il film è vivace e divertente, tra vecchine che sorseggiano thè “stupefacenti” e criminali improvvisati che mal si destreggiano negli affari di spaccio. Brenda Blethyn ( Segreti e bugie) nel ruolo di Grace regala una dolcezza ingenua affascinante, Tcheky Karyo (Jacques) torna a indossare i panni del cattivo fascinoso già visto in Nikita e Doberman. Nel finale il film eccede un po’ nel romanticismo, e culmina in un delirio collettivo decisamente hippy.

martedì 25
L’economia della felicità, di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick, John Page; 1h e 7 min.; serata organizzata dal Circolo Città Futura

Helena Norberg-Hodge ci elenca otto scomode verità sulla globalizzazione. Qualche fotogramma che definisce lo stato di salute della civiltà occidentale e poi l’elenco di cosa non funziona, di come biologicamente e culturalmente, la nostra idea di esistenza si sia tramutata in spirito di sopravvivenza, con pochi slanci di vitalità e tanti momenti di sconforto. Un mercato capitalista che promuove eccessivamente la liberalizzazione del traffico commerciale, senza tenere conto delle diversità di popoli e nazioni, è un sistema che rende infelici. Questo è l’assioma della regista, appassionata attivista ambientale alla ricerca di sguardi autentici sparsi nel mondo, dalla freschezza del ‘piccolo Tibet’ alla confusione delle grandi metropoli americane.
Il viaggio comincia in Ladakh, una delle più alte e abitate regioni dell’Himalaya, dove ogni individuo partecipa e contribuisce al benessere della comunità. Vitali e socievoli, con radici ben piantate in terra, i tibetani che vivono lassù sono felici, si nutrono con i prodotti della loro terra, seguono il ritmo naturale delle cose, apprezzano la ricchezza del silenzio. Ma anche qui, in uno dei luoghi più belli dell’intero pianeta, apparentemente inattaccabile dall’arroganza del mercato globale, si è instaurato un regime occidentalizzato. Non sapevano nemmeno cosa fosse la Coca-cola ma ora lì, come altrove e ovunque, uno dei più prodigiosi simboli americani si è insediato con forza, trasportato con fatica su strade ripide e vertiginose.
Il documentario-manifesto della Norberg-Hodge punta il dito sull’imprenditoria globalizzata e argomenta la questione, portando esempi di piccole culture locali, dove la parola petrolio non si usa più e la definizione di felicità riconquista il suo vero significato. Tra interviste ai luminari del mercato globale (Vandana Shiva su tutti) e il parere della gente comune, si fa strada una soluzione per combattere lo stress di una vita troppo bombardata da messaggi pubblicitari e troppo sotto pressione; le persone capiscono il nesso tra cambiamento climatico, instabilità economica globale e la loro personale sofferenza – stress, solitudine, depressione – e in questa consapevolezza si inserisce la potenzialità di un movimento che potrebbe cambiare il mondo. Scendere al mercato a comprare le verdure piuttosto che dirigersi nel grande centro commerciale fuori città, dotato di comfort e comodità che ci fanno credere indispensabili, è il primo passo per aiutarci a riscoprire le relazioni essenziali sia con il mondo vivente che con i nostri simili.
La catastrofe ambientale ci aspetta e portare l’economia vicino a casa non ci renderà così impermeabili da farci smettere di preoccuparci per il nostro pianeta. Al di là di ogni falsa retorica e al di là del più ingenuo ottimismo, L’economia della felicità racconta puntualmente cosa, di giorno in giorno, tutti – ma soprattutto gli occidentali – potrebbero fare per migliorare il proprio stato di salute e quello degli altri. Una sorta di manuale no-global che fa ben sperare sul nostro futuro.

mercoledì 26
Libera tutti, di Giuseppe Minolfi e Patrizia Maiorana; Italia 2011; 1h e 50 min.; serata organizzata dal circolo Arci di Catania

Docu-fiction a cura del laboratorio per video-makers del circolo Arci Thomas Sankara di Messina.
Un giovanissimo ragazzo impugna una vecchia telecamera super 8, come un revolver, che punta sulla città. La telecamera si sposta sulla zona portuale, mentre parla con un’interlocutore/spettatore: “Si, tienilo a mente, sono stranieri dovunque, in qualsiasi casa, in qualsiasi paese”. E’ questo l’inizio di “Libera Tutti” (durata 109’ – anno di produzione 2010-2011), due scene ispirate al film “Lo stato delle cose” di Wim Wenders. Un incipit che fotografa la familiarità della generazione youtube con la narrazione video, il punto di partenza della ricerca di un ragazzo che attraversa una città estranea, in cui osserva, filma, si pone degli interrogativi, incontra e racconta con le immagini 10 storie di altri ragazzi e ragazze.
Il film è realizzato da ragazzi di origine straniera e non, tra i 15 ed i 30 anni, che, grazie alla formazione acquisita attraverso il laboratorio video del progetto “Spunti di Vista” curato dal video-maker Giuseppe Minolfi e da Patrizia Maiorana, hanno potuto autoprodurre un’opera che racconti il loro quotidiano, le aspettative, il rapporto con la società in cui vivono, la loro definizione dell’inclusione sociale e la loro percezione dei fenomeni di discriminazione.
I novelli video-makers sono il liceale di origine palestinese Imad Al Hunaiti, Eranga Hettiwatte, operaio specializzato srilankese e giocatore di cricket, Nizar Jelassi, in Italia da quando aveva 20 giorni, ma tunisino, comunicatore, con l’aspirazione di visitare Parigi, Tomo Sulejmanovic, ex abitante del campo rom di Messina, con la passione per la telecamera e un futuro abitativo incerto, ed Anita Magno, addetta stampa e insegnante di italiano L2.
Il film è diviso in 10 segmenti, uno per ogni storia: Io sono un traceur!, Venti giorni, Parafrasi, Il mio diploma in Italia, Il Buddha delle periferie, Senza difesa, La casa dei rom, Sri Lanka style, Flussi d’oriente, I am not.

giovedì 27
Il canto delle spose, di e con Karin Albou, con Lizzie Brocheré, Olympe Borval; Francia/Tunisia 2008; 1h e 40 min.; serata organizzata da Città Felice

Tunisi, novembre 1942. Due adolescenti, Myriam e Nour sono amiche e vicine di casa sin dall’infanzia e condividono ogni segreto. Nour, musulmana, è innamorata di Khaled che il padre non vuole come genero finché non avrà un lavoro. Myriam, ebrea e orfana di padre viene promessa in sposa a Raoul, un medico benestante molto più vecchio di lei ma in grado di sanare i problemi economici familiari. Le due conserveranno una forte solidarietà fino a quando l’occupante tedesco, spalleggiato dai francesi collaborazionisti, non inizierà un’azione di propaganda volta a mettere i musulmani contro gli ebrei.
Karin Albou ha già affrontato nella sua opera prima (inedita in Italia) La petite Jérusalem il complesso tema del rapporto tra individui e fede religiosa. Torna ora ad occuparsene con una vicenda ambientata nella Tunisia coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale in cui il contesto storico funge da catalizzatore di tensioni che restano però universalmente valide. Perché queste due giovani donne hanno sviluppato una solidarietà così forte che può essere incrinata solo dall’irrompere di ideologie che si sovrappongono all’umano sentire per fagocitare qualsivoglia tentativo di razionalità.
La regista, che si riserva anche il ruolo della madre di Myriam, centra l’obiettivo quando decide di andare oltre al politically correct (mostrando cioè la condizione dei tunisini musulmani e quella dei loro connazionali di origine ebraica) per raccontare una storia che trova la propria forza espressiva nella condizione femminile. Una condizione a cui sembrerebbe non poter sfuggire nessuna delle due. Nour, invaghita di un Khaled tanto maschilista quanto pronto a farsi indottrinare senza riflettere. Myriam, destinata a un uomo che detesta ma per il quale si ‘deve’ preparare.
I corpi femminili assumono una grande espressività in un film che non li esibisce per voyeurismo ma ce li fa ‘sentire’ come soggetti (si vedano le scene nell’hammam) che possono in ogni momento divenire ‘oggetti’ da possedere con l’inganno e il fascino subdolo (Khaled) o con il potere del denaro (Raoul). Ma non si tratta di vetero-femminismo. Albou mostra i lati umani anche dei due protagonisti maschili riservando inoltre al padre di Nour due brevi scene dense di significato.
Lo spettatore viene messo nella condizione di pensare che le due ragazze hanno troppo in comune perché tutto debba essere corrotto dalla paura e dagli slogan. Ma un mondo reso cieco dall’irrazionalità congiura perché ciò avvenga. Purtroppo non è solo storia di ieri.

venerdì 28
7 giorni all’Havana, di Benicio Del Toro, Pablo Trapero, Elia Suleiman, Julio Medem, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabío, Laurent Cantet; Francia/Spagna 2011; 1h e 40 min.; Presentato al Festival di Cannes

All’Avana, battuta dal vento e dal mare dei Caraibi, si muovono i personaggi di sette storie che non si incontreranno mai. Quella di Teddy Atkins, turista americano iscritto alla scuola di cinema che finirà per andare a scuola di vita sul taxi di Angelito. Quella di Emir Kusturica, ebbro di vino e di vita, capitato a l’Avana per ritirare un premio alla carriera e perduto dietro una jam session. Quella di Cecilia, cantante cubana dalla voce suadente che innamora un impresario madrileno e sogna un contratto all’estero. Quella di Elia Suleiman, regista palestinese, che non parla spagnolo ma guarda la realtà dell’Avana, attendendo un appuntamento all’ambasciata di Palestina. Quella di un’adolescente omosessuale mortificata e ‘ravveduta’ da un esorcismo. Quella ancora di Mirta Gutierrez, psicologa che impasta torte e monta uova per sbarcare il lunario. Quella infine di Martha, che vede la Madonna e assolda un intero condominio per costruirle una fontana e celebrarla dentro una domenica cubana.
L’Avana e il suo malecon, un lungomare di dodici chilometri che affronta l’oceano, osservato da case fatiscenti e percorso da vecchie auto colorate. Auto incerte e hotel esagerati e lussuosi lasciati in eredità dagli americani negli anni Cinquanta. La capitale di un’isola a confine tra universi di civiltà distinte, come quella ispanica e quella anglosassone. Un’identità ibrida che dietro al volto decadente mostra bagliori di speranza, diventando il set di un’opera collettiva diretta da Benicio Del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabío e Laurent Cantet. Sette giorni per sette autori per sette episodi che si confrontano con Cuba, lo stereotipo e il mito. Due argentini, un portoricano, un cubano, un palestinese, un francese e uno spagnolo scendono per le strade disfatte dell’Avana incontrando personaggi-tipo che rappresentano molto spesso un’idea stereotipata di Cuba: quella del sesso, delle spiagge, delle mulatte, del rum, della bellezza.
Se l’episodio dei più è facile e facilmente dimenticabile, più riuscito quello di Del Toro e Trapero, stucchevole quello di Medem e mancato quello Tabío, di indubbio interesse sono i ‘brani’ di Suleiman, Noé e Cantet, che escono dai cliché e tentano il ribaltamento, battendo strade suggestive e marginali. Se Suleiman si mette addirittura in scena, osservando immobile e silente una città difficile e complessa, contraddittoria e adescatrice, che ti abbaglia per non farti capire di più, per non farti trovare più, Noé rivolge lo sguardo alla Cuba arcaica dentro l’episodio più essenziale e rigoroso intorno a un rituale. Una cerimonia barbara e primitiva che strappa i ‘veli sublimatori’ delle religioni per restituirci il carattere genuino e violento di un esorcismo ai danni di un’adolescente colpevole soltanto di amare.
E il Ritual del regista spagnolo dialoga bene con La fuente di Cantet, addentrandosi nell’intricata quanto esuberante selva del sincretismo religioso e culturale cubano. Tra donne e Madonne, Noé e Cantet intuiscono e restituiscono un culto magico-religioso che sposa riti pagani a tradizione cattolica, bestialità a comunanza, centrando il cuore dell’Avana e la sua malinconia quieta.
Le tre stelle sono per loro e il loro spaiato atto d’amore a Cuba. Un atto d’amore per un Paese e un sogno che si sta perdendo dietro le parole recidive e il corpo vuoto di Fidel Castro, rimandato penosamente dalle televisioni di un albergo in cui non si trova l’uscita.

sabato 29
Il villaggio di cartone, di Ermanno Olmi, con Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber; Italia 2011; 1h e 27 min.; Presentato alla Mostra del cinema di Venezia

Una chiesa. Un parroco. Un’impresa di traslochi. La chiesa non serve più e viene svuotata di tutti gli arredi sacri, ivi compreso il grande crocifisso sopra l’altare. Restano solo le panche in uno spazio vuoto. Il vecchio prete sembra non sapersi rassegnare a questa sorte mentre il sacrestano ne prende atto. Ma, di lì a poco, un folto gruppo di clandestini in cerca di rifugio entra nella chiesa e, con panche e cartoni, vi installa un piccolo villaggio. Il sacerdote vede la sua chiesa riprendere vita ma dall’esterno gli uomini della Legge si fanno minacciosi… [mymovies]
Non c’è più un posto per il cinema di Ermanno Olmi. Non ci sono più alberi degli zoccoli o mestieri delle armi da filmare. Non ci sono più campi aperti da illuminare e mari da solcare. La vita, le cose e il cinema: tutto confinato in una chiesa vuota dal forte sapore bergmaniano che soffoca ogni apertura dello sguardo e (di)segna la sua personale e sincera Apocalisse.. [sentieriselvaggi

domenica 30
Sister, di Ursula Meier, con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston, Gillian Anderson; Francia/Svizzera 2011; 1h e 40 min.; Orso d’Argento al Festival di Berlino

Il dodicenne Simon vive nella vallata industriale ai piedi di un altipiano sciistico di lusso. Condivide l’appartamento popolare con la sorella maggiore, Louise, che non ha un lavoro. Nessuna traccia, invece, dei genitori. Simon procura il cibo e i soldi che servono per vivere ad entrambi vendendo ai suoi coetanei sci, guanti e occhiali di valore, che ruba nel corso delle sue trasferte quotidiane in alta montagna. Ruba anche su commissione, l’attrezzatura della marca richiesta.
Ursula Meier ambienta la sua opera seconda nuovamente su un confine, questa volta più abituale, meno insolito rispetto al tratto di autostrada di Home, ma anche più manicheo e drammatico… [mymovies]
La coerenza di sguardo di Ursula Meier è tale che Sister appare l’inevitabile corollario del discorso avviato con il film d’esordio Home. Ma anche se restano alcuni limiti intrinseci di un cinema “a tesi”, Sister si rivela un film più libero del precedente, in grado di superare l’impasse ideologica per scoprire i propri personaggi cogliendo nei volti quasi immobili di Kacey Mottet Scott e Léa Seydoux improvvisi guizzi emotivi, e affidandosi proprio all’istintività dei suoi interpreti per ritrovare un’umanità finora a sospetto di artificio.. [sentieriselvaggi

 

 

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Author: Luigi Marino

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