Arena Argentina. Programma agosto 2012

Visite: 6585

 

il-castello-nel-cielo

Terzo mese di programmazione cinematografica all’Arena Argentina di Catania. Di seguito il calendario completo in cui vi segnaliamo Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani, Quasi amici di Olivier Nakache, La pelle che abito di Pedro Almodovar, The lady di Luc Besson. Evidenziati in blu i film che consigliamo di vedere.

Programmazione Arena Argentina Catania: Giugno – Luglio – Settembre

AGOSTO
inizio spettacoli ore 20:45 – 22:45, tranne dove diversamente specificato

Mercoledì 1
Magnifica presenza, di Ferzan Ozpetek, con Elio Germano, Margherita Buy; Italia 2012; 1h e 45 min. 

Pietro è un giovane siciliano con un sogno nel cassetto: diventare attore. Si trasferisce a Roma, di notte fa il pasticciere e di giorno ripassa copioni. Omosessuale, insegue un amore forse immaginario. È un solitario e va ad abitare in un vecchio villino del quartiere Monteverde, fatiscente che però velocemente riesce a rimettere in sesto. Pietro, dopo qualche giorno, inizia a percepire strani avvenimenti, come oggetti spostati, porte che cigolano, apparizioni di volti riflessi negli specchi, rumori inspiegabili, finché si rende conto che qualcun altro vive insieme a lui: un gruppo di attori, appartenenti alla stessa compagnia teatrale, costretto da misteriose circostanze a nascondersi nell’appartamento… Primo piano finale di Pietro (Elio Germano), che assiste con sguardo incredulo, forse triste, magari rapito (sguardi che gli chiedevano di improvvisare anche al provino di recitazione), all’ultima rappresentazione teatrale di una compagnia di fantasmi, morti soffocati nella tugurio di un appartamento romano, per sfuggire nel 1943 ai nazisti, a caccia di spie rivoluzionarie. Definitivo, il cinema di Ozpetek, da due film a questa parte, è lo specchio del nostro Paese: spesso carico fino all’orlo ma nello stesso tempo indulgente, che non dà il dovuto ma si lascia a volte insolentire. Ozpetek si è scorporato forse per sempre del misticismo di forma, che lo ha accompagnato in passato, per appropriarsi di spazi e stanze arredanti l’anima, di corpi desiderosi di un luogo, di una dimensione in cui (r)esistere e occupare. [sentieriselvaggi]

Giovedì 2
Cesare deve morire, di Paolo e Vittorio Taviani; Italia 2012; 1h e 20 min.; Orso d’oro al Festival di Berlino

Il cinema italiano non è morto. A dimostrarlo sono Paolo e Vittorio Taviani, rispettivamente classe 1931 e 1929: i due fratelli sono riusciti a fondere cinema, teatro e documentario in perfetto equilibrio, portandosi a casa l’Orso d’oro del Festival di Berlino, assente in Italia dal 1991, e dando vita a un film carico di una potenza emotiva straordinaria. La loro macchina da presa segue il lavoro del regista Fabio Cavalli e dei detenuti del carcere romano di Rebibbia, impegnati a mettere in scena il dramma del Giulio Cesare di Shakespeare: dai provini degli attori allo spettacolo finale, fino ad arrivare al momento del rientro dei carcerati nelle loro celle, carichi di una nuova e terribile consapevolezza. [letterefilosofia]

Venerdì 3
50 e 50, di Jonathan Levine, con Joseph Gordon Levitt, Bryce Dallas Howard; Usa 2011; 1h e 40 min.; Presentato al Torino Film Festival

La vita del ventisettenne Adam scorre tranquilla, forse fin troppo. A complicare le cose arriva la peggiore delle notizie: è malato di cancro. Da quel momento il ragazzo entra in uno stato di passiva accettazione della malattia da cui nessuno sembra scuoterlo: non la sua ragazza che lo tradisce, non il suo migliore amico mattacchione, non la sua inesperta e volenterosa terapista, che tenta con lui un approccio umano. Adam continua a nascondere prima di tutto a se stesso paura, rabbia, frustrazione e tutti i sentimenti che la malattia porta con sé. Passando attraverso la chemioterapia e tutte le altre fasi della cura il ragazzo comprenderà alla fine ciò che vuole più di tutto e quali sono le persone che davvero tengono a lui.
È sempre una cosa molto difficile tirare fuori una buona commedia da un soggetto drammatico come la malattia, quindi già per il tentativo 50/50 di Jonathan Levine andrebbe applaudito. Il merito principale della sceneggiatura è quello di partire a razzo, di costruire situazioni comuni e insieme molto divertenti riguardo la scoperta del male, l’accettazione dello stato, il tentativo di non farsi abbattere in particolar modo dall’incertezza. Sotto questo punto di vista la prima parte del film è monopolizzata dalla comicità fresca e diretta di Seth Rogen, vero e proprio funambolo capace quasi da solo di alleggerire scene e situazioni dolorose. Joseph Gordon-Levitt, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard e tutti gli altri attori sono in parte e assolutamente convincenti, ma è senza dubbio Rogen la marcia in più di 50/50. [mymovies]

Sabato 4 e domenica 5 
Quasi amici, di Olivier Nakache, Eric Toledano; con François Cluzet; Francia 2011; 1h e 45 min

Driss (Omar Sy) attende di essere ricevuto dal milionario Philippe (Francois Cluzet) tra le ansie dei vari candidati al posto. In realtà a Driss non interessa essere assunto come badante, preferendo piuttosto una firma sbrigativa che gli apra le porte al sussidio di disoccupazione. Ma Philippe rimane colpito dalla portata di quel rozzo interlocutore, e gli propone una scommessa: non riuscirà mai a resistere in carica per più di due settimane. S’incrociano gli sguardi, la sfida è colta.
Olivier Nakache e Eric Toledano si preoccupano di indirizzare, appunti in mano, questa assurda coppia di macchiette. Con un testo abile e ragionato, la loro bravura consiste nel riempire la barca con tutti i generi di provviste necessari al lungo viaggio.
La commedia, potremmo dire, è società che protegge se stessa con un sorriso J.B.Priestley [indieforbunnies]

Lunedì 6
Il castello nel cielo, di Hayao Miyazaki; Giappone 1986; 2h e 4 min.; ore 20,30 – 22,45 

Miyazaki reinterpreta la Laputa di Swift, simbolo dell’allontanamento del pensiero scientifico dai reali bisogni dell’uomo, facendone una parabola dell’inevitabile corruzione dell’animo umano, incapace di accettare un ruolo non predominante all’interno del ciclo naturale delle cose. Un tempo rigogliosa roccaforte di una civiltà evoluta, Laputa è al contempo Eden leggendario, come tale inaccessibile all’uomo, e custode di un sapere tecnologico avanzatissimo e potenzialmente distruttivo. [sentieriselvaggi]

Martedì 7
E’ nata una star, di Lucio Pellegrini, con Rocco Papaleo, Luciana Littizzetto; Italia 2012; 1h e 35 min.

In una mattina qualunque, Lucia riceve nella cassetta delle lettere una busta contenente un film porno. Dopo aver dato per caso un’occhiata alla copertina del video, si accorge che il protagonista della pellicola è Marco, il figlio di diciannove anni. Una veloce visione privata del film le rivela che le scarse doti recitative di Marco vengono compensate dalle enormi dimensioni del suo membro. Travolta dalla rivelazione, Lucia aspetta a casa il ritorno del marito Fausto, che rimane a sua volta completamente scioccato dalla notizia, cominciando a porsi una serie infinita di dubbi, dalla corruzione del mondo della pornografia alla sua stessa “mascolinità”. Improvvisamente quel figlio che entrambi avevano sempre creduto un po’ imbranato e senza alcun talento o vocazione si rivela una pornostar. Resta solo da accettare di capire come e perché. [mymovies]

Mercoledì 8
Il primo uomo, di Gianni Amelio, con Jacques Gamblin, Maya Sansa; Italia 2012; 1h e 38 min.; Premio della critica internazionale al Festival di Toronto

Lo scrittore Jean Cormery torna nella sua patria d’origine, l’Algeria, per perorare la sua idea di un paese in cui musulmani e francesi possano vivere in armonia come nativi della stessa terra. Ma negli anni ’50 la questione algerina però è ben lontana dal risolversi in maniera pacifica. L’uomo approfitta del viaggio per ritrovare sua madre e rivivere la sua giovinezza in un paese difficile ma solare. Insieme a lui lo spettatore ripercorre dunque le vicende dolorose di un bambino il cui padre è morto durante la Prima Guerra Mondiale, la cui famiglia poverissima è retta da una nonna arcigna e dispotica. Gli anni ’20 sono però per il piccolo Jean il momento della formazione, delle scelte più difficili, come quella di voler continuare a studiare nonostante tutte le difficoltà. Tornato a trovare il professor Bernard, l’insegnante che lo ha aiutato e sorretto, il Cormery ormai adulto ascolta ancora una volta la frase che ha segnato la sua vita: “Ogni bambino contiene già i germi dell’uomo che diventerà”. [mymovies] [sentieriselvaggi]

Giovedì 9
La pelle che abito, di Pedro Almodovar, con Antonio Banderas, Marisa Paredes, Elena Anaya; Spagna 2011; 2h; Presentato al Festival di Cannes; ore 20,30 – 22,45

Il chirurgo estetico Robert Ledgard ha perso la moglie in un incidente d’auto che l’ha completamente carbonizzata. Da allora, ha messo tutto il suo impegno di scienziato per costruire una pelle sostitutiva, leggermente più resistente di quella umana e perfettamente compatibile. Perfezionata l’invenzione, Robert ha avuto bisogno di una cavia e non ha esitato a sequestrare il ragazzo che ha tentato di stuprargli la figlia, a privarlo dell’organo più esteso del suo corpo e ad obbligarlo a (soprav)vivere in un’altra pelle, che non gli appartiene.
Quando il film si apre su una bella ragazza con un’attillatissima tutina color carne, che fa yoga come fosse una ballerina di Pina Bausch e crea sculture ispirate a quelle di Louise Bourgeois, ci appare immediatamente chiaro dove ci troviamo: di fronte ad un Pedro Almodovar al cento per cento, tutt’altro che transgenico, piuttosto ormai manierista. Il resto del film si occuperà di confermare senza sosta questa prima impressione. [mymovies]

Venerdì 10
17 ragazze, di Muriel e Delphine Coulin, con Louise Grinberg, Juliette Darche; Francia 2011; 1h e 30 min.; Premio Speciale della Giuria al Festival di Torino

Quando si hanno sedici anni pieni di sogni e di bellezza conturbante ma si vive abbandonate a se stesse in un’insignificante periferia portuale, è facile perdersi in progetti fantastici di onnipotenza e di fuga. Così è per Camille che dopo aver scoperto di essere incinta a causa di un preservativo rotto, decide di tenere il bambino, forse convinta dalla sollecitudine che da subito le mostrano le compagne, forse per provare di poter essere una madre migliore della propria, sicuramente con la speranza di ottenere da un bébé l’affetto incondizionato e infinito che vorrebbe e non ha.
Capobanda tanto fragile quanto manipolatrice, Camille pensa di affrontare la situazione e difendere la propria popolarità lanciando una moda che cambierà per sempre la sua vita e quella di una nutrita banda di altre ragazze. Infatti, vagheggiando una sorta di comunità di mutuo soccorso tra ragazze-madri, l’adolescente finisce per conquistarsi più o meno programmaticamente una dopo l’altra una quindicina di emule. [cultframe]

Sabato 11 e domenica 12
Le idi di marzo, di e con George Clooney, con Ryan Gosling, Marisa Tomei, Philip Seymour Hoffman; Usa 2011; 1h e 42 min.; Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

Giorno festivo, nel calendario romano, dedicato al dio della guerra, le Idi di marzo indicano anche la data dell’assassinio di Giulio Cesare che cadde sotto i colpi dei cospiratori. Emblematico, quindi, dei tragici risultati delle macchinazioni del potere, il titolo transla il senso della congiura applicata alla politica moderna dove l’assalto all’arma bianca si fa meno, apparentemente, efferato, ma si rivela ugualmente sanguinoso. Le armi, infatti, sono “semplicemente” le parole o, ancora meglio “le notizie”: vere, false, tendenziose o costruite ad arte. Nel terrificante gioco del “chi sa cosa di chi” non c’è spazio alcuno per l’errore ed ogni mossa deve essere studiata secondo un fittizio, quanto rigoroso, codice di lealtà. Un paradossale apparato nel quale i candidati e il loro staff si muovono con la padronanza e la destrezza maturate in anni di lavoro sul campo e dove impartiscono la lezione con cinica maestria ai giovani idealisti come Meyers. [cultframe]

Lunedì 13
Pirati! Briganti da strapazzo, di Peter Lord, Jeff Newitt, G.B. 2012; 1h e 28 min. 

Il Capitano Pirata ha un sogno: vincere il premio “pirata dell’anno”, per farlo dovrà però battere rivali agguerriti e molto più “predoni” di lui. Non potendo vantare ricchi bottini o forzieri espugnati o ancora montagne di dobloni su cui surfare, riunisce la sua ciurma di disperati in una serie di arrembaggi che lo portano a contatto con un giovane Charles Darwin, il quale riconosce in quello che il capitano chiama pappagallo, l’ultimo esemplare di Dodo sulla Terra.
Convinto che la presentazione del raro animale alla comunità scientifica gli frutterà i tesori necessari a diventare pirata dell’anno, il capitano si reca a Londra dove però troverà il più acerrimo nemico della pirateria, la regina Vittoria.
Concepito cinque anni fa a partire dal libro “The pirates! In an adventure with scientists” di Gideon Defoe, pesantemente rimaneggiato per lo schermo assieme allo stesso Defoe, la nuova fatica in stop motion della Aardman spinge più in là l’animazione con pupazzi di plastilina e latex, contaminandola pesantemente con la computer grafica. [mymovies]

Martedì 14
To rome with love, di Woody Allen, con Alec Baldwin, Roberto Benigni, Ellen Page; Usa 2012; 1h e 51 min.

To Rome with Love di Woody Allen è un film su persone che hanno avventure che cambieranno per sempre la loro vita. Il famoso architetto John è in vacanza a Roma, dove ha vissuto nel corso della sua giovinezza. Passeggiando nel suo vecchio quartiere incontra Jack, un giovane abbastanza simile a lui. Mentre osserva Jack innamorarsi pazzamente di Monica, la splendida e civettuola amica della sua ragazza Sally, John rivive uno degli episodi più dolorosi della sua vita. Nello stesso momento, il regista di opera in pensione Jerry arriva a Roma con la moglie Phyllis per conoscere il fidanzato italiano della figlia Hayley Michelangelo. Jerry è sorpreso nel sentire il padre di Michelangelo, Giancarlo, che di mestiere fa l’impresario di pompe funebri, cantare arie come si sentirebbero a La Scala mentre si insapona sotto la doccia. Convinto che un talento così prodigioso non possa rimanere nascosto, Jerry coglie l’occasione per promuovere il talento di Giancarlo e ridare vigore alla propria carriera. Dall’altra par e c’è Leopoldo Pisanello che è una persona tremendamente noiosa che si sveglia una mattina e scopre di essere uno degli uomini più famosi d’Italia senza saperne il perché. Immediatamente i paparazzi cominciano a seguire ogni sua mossa e a porsi domande su ogni sua motivazione. Mentre Leopoldo si abitua alle diverse seduzioni della ribalta gradualmente si rende conto del costo della fama. Nel frattempo Antonio è arrivato dalla provincia a Roma nella speranza di fare colpo sui suoi parenti puritani con l’adorabile nuova moglie Milly in maniera da poter ottenere un lavoro esclusivo nella grande città. A causa di incomprensioni e casualità che hanno delle conseguenze comiche la coppia è separata per un giorno. Antonio finisce col far passare un’estranea per sua moglie mentre Milly è corteggiata dalla leggendaria star del cinema Luca Salta. [comingsoon]

Mercoledì 15
La scomparsa di Patò, di Rocco Mortelliti, con Neri Marcorè, Roberto Herlitzka, Nino Frassica, Flavio Bucci; Italia 2011; 1h e 45 min.; Presentato al Festiva di Roma

Una commedia gialla, ma soprattutto un ritratto d’epoca (non troppo) di una terra, scritto dal regista con Maurizio Nichetti e Andrea Camilleri sfruttando l’appeal televisivo per il grande pubblico, ma anche concedendosi qualche apertura e frecciata.
Basato sull’atavico scontro tra la Polizia (all’epoca Pubblica Sicurezza) e la beneamata arma dei Carabinieri, il film è una satira dei formalismi e della burocrazia della società italiana attraverso lo specchio siciliano, non solo nella gestione del lavoro, ma soprattutto nella cura ipocrita con cui verità e giustizia vengono viste dalle istituzioni come ostacoli, come bastoni tra le ruote, come fantasmi che i potenti devono debellare; Mortelliti parte come se realizzasse un mix tra Montalbano, Carabinieri e Don Matteo (anche per la scelta di Maurizio Casagrande e Nino Frassica come protagonisti), ma poi sa trovare una simpatica chiave di lettura filmica nella messinscena teatrale.
Partendo infatti dalla passione amatoriale del venerdì santo, il regista realizza i flashback e le tappe dell’indagine come rappresentazioni teatrali, in cui la frontalità della macchina da presa e la tridimensionalità del profilmico assumono il senso beffardo della farsa, della menzogna, dell’insabbiamento. Restano le macchiette, le semplificazioni, l’aurea fin troppo rustica e casereccia di molto cinema nostrano: ma almeno qui, le facce sono giuste (ottimo Giovanni Calcagno) e i toni stonano raramente. [cinefile]

Giovedì 16
J. Edgar, di Clint Eastwood, con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Judi Dench; Usa 2011; 2h e 20 min.; Spettacolo unico ore 21

L’ultima immagine della stagione finale di 24, è lo sguardo che Jack Bauer rivolge verso il satellite spia che Chloe spegne per pochi minuti prima che inizi l’ultima caccia all’uomo. Quella che non vedremo. Nell’arco di otto stagioni, il serial 24 ci ha condotto non solo nei recessi più oscuri della politica statunitense, ma ha evidenziato anche come cambia il concetto stesso di guerra. 24, al di là delle facili polemiche sul suo essere “reazionario”, è la serie che maggiormente ha lavorato sull’idea di come il tempo, nelle mani del controllo, non sia ormai altro che il tempo dell’informazione e come, di conseguenza, la rappresentazione del tempo, diventi, di fatto, gestione dell’informazione. A ben vedere, si tratta dello scenario anticipato da William S. Burroughs in È arrivato Ah Pook. La durata del tempo si misura con la circuitazione della valuta dell’informazione. [Micromega]

Venerdì 17
Hugo Cabret, di Martin Scorsese, con Ben Kingsley, Chloe Moretz, Asa Butterfield; Usa 2011; 2h e 5 min. ; ore 20,30 – 22,45 

Il piccolo Hugo Cabret vive nascosto nella stazione di Paris Montparnasse. Rimasto orfano, si occupa di far funzionare i tanti orologi della stazione e coltiva il sogno di aggiustare l’uomo meccanico che conserva nel suo nascondiglio e che rappresenta tutto ciò che gli è rimasto del padre. Per farlo, sottrae gli attrezzi di cui ha bisogno dal chiosco del giocattolaio, un uomo triste e burbero, ma viene colto in flagrante dal vecchio e derubato del prezioso taccuino di suo padre con i disegni dell’automa. Riavere quel taccuino è per Hugo una questione vitale.
Con l’adattamento di “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, Martin Scorsese si ritrova e si perde allo stesso tempo, andando alla ricerca del tempo perduto, lui che il meccanismo del tempo, al cinema, lo ha messo alla prova più di altri. Tra le centinaia di persone che affollano il cosmo della stazione ferroviaria, immagini di una cartolina animata da un illusionista, è difficile riconoscere di primo acchito il regista, prestato a stantii siparietti tra ufficiali e fioraie, signore col cane e pretendenti col giornale, che avremmo visto meglio in un film di Jeunet. Quello che non è difficile riconoscere, invece, è il suo amore per la settima arte, profondo come un abisso. [Mymovies]

Sabato 18 e domenica 19
Marilyn, di Simon Curtis, con Michelle Williams, Kenneth Branagh, Julia Ormond; G.B. 2011; 1h e 40 min.

È legittimo che il senso ultimo di un film denso d’orgoglio britannico come Marilyn sia racchiuso nel celebre verso shakespeariano che il Laurence Olivier di Kenneth Branagh recita in quello che è a tutti gli effetti il vero finale della pellicola, appena prima che l’immagine della diva scompaia dallo schermo: Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.
E Marilyn è innanzitutto, dietro questa sua confezione briosa da commedia in costume, una riflessione – non sempre consapevole – sulla qualità onirica del cinema e della star, sul suo potere ipnotico ed evanescente che in un battito di ciglia consegna un’immagine di celluloide all’immortalità.
Simon Curtis lavora sul libro autobiografico di Colin Clark percorrendo due sentieri paralleli, e mentre da una parte gioca in casa, affidandosi alla solida esperienza della sua produzione televisiva con i toni leggeri e faceti propri della serialità inglese, dall’altra tenta un affondo meno scontato, estendendo la fascinazione del giovane e inesperto Colin per la diva a quella della vecchia Inghilterra per la deflagrante imperfezione della nuova America, del teatro per la macchina da presa. [sentieriselvaggi]

Lunedì 20
Il gatto con gli stivali, di Chris Miller; Usa 2011; 1h e 30 min.

Il gatto con gli stivali sfoggia un buon numero di contaminazioni riuscite ma non riesce a decollare. La Dreamworks mischia le carte e cerca una nuova formula: dopo aver reinventato le favole con Shrek, adesso cerca di fare lo stesso con le filastrocche. Il felino si muove tra i personaggi delle nursery-rhymes anglosassoni ma è calato nel contesto western della gold rush. Antonio Banderas e Salma Hayek ammiccano al pubblico latinoamericano ma l’unico che veramente si esalta è sempre Zack Galifianakis. [sentieriselvaggi]

Martedì 21
Il mio migliore incubo, di Anne Fontaine, con Isabelle Huppert, Francia 2011; 1h e 43 min.; Presentato al Festival di Roma

Agathe (Isabelle Huppert) vive con figlio e marito (André Dussolier) in un ricco appartamento. Patrick (Benoit Poelvoorde), invece, vive con suo figlio nel retro di un furgone. Sono due persone diametralmente opposte e non tollerano l’uno la vista dell’altro. Non avrebbero mai voluto incontrarsi, ma i loro figli sono inseparabili.
La Fontaine mette in scena una fiera di stereotipi accanendosi sulla cultura istituzionale e idealizzando l’uomo della strada. Ma il tentativo di portare avanti un discorso progressista finisce invece per promuovere un ideale berlusconian-sarkozyiano, in cui il nuovo cinema commerciale francese deride la tradizione autoriale dalla nouvelle vague in poi, iscritta nei volti, sbeffeggiati, di Dussollier e della Huppert. [sentieriselvaggi

Mercoledì 22
Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana, con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio; Italia 2012; 2h e 10 min.; ore 20,30 – 22,45

Milano, 12 dicembre 1969. Una bomba devasta la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Diciassette sono i morti e ottantotto i feriti di quella che è rimasta nella memoria come la Strage di Piazza Fontana. I primi sospetti ricadono su un gruppo di anarchici milanese, guidati dal carismatico Giuseppe Pinelli, ferroviere milanese di idee vicine alla sinistra extraparlamentare. Insieme ai soci del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa sarà portato in questura per essere interrogato dal Commissario della Questura di Milano Calabresi.
La pista anarcoinsurrezionalista è spinta dalle alte sfere della polizia, ma alcuni elementi creano profondi dubbi nell’animo di Calabresi, che con Pinelli ha un rapporto di cordiale inimicizia. Fermato per i tre giorni successivi all’attentato, Pinelli muore in circostanze misteriose precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi mentre il commissario si era assentato per alcuni minuti. Suicidio, viene dichiarato dai quattro presenti, ma le contraddizioni sono palesi fin dal primo momento. Calabresi diventa così un bersaglio innocente, perseguitato e diffamato a mezzo stampa. Lentamente le sue indagini porteranno alla luce una verità sconveniente, la strage sarebbe stata organizzata dalla destra neofascista veneta con la e la responsabilità di apparati dello Stato. Il suo rifiuto di fronte a una promozione e un trasferimento, che lo avrebbero allontanato dalla verità, condizioneranno la sua vita in modo definitivo. A distanza di oltre trent’anni la verità sulla strage non è ancora stata scritta.
Difficile dare una valutazione artistica del film di Marco Tullio Giordana senza dover mettere mano ai libri di storia per analizzare i fatti che hanno caratterizzato uno dei momenti più bui della città di Milano e, probabilmente, dell’intera Repubblica Italiana. Con una narrazione secca e senza troppi barocchismi, Giordana racconta la “sua” verità, scritta con Sandro Petraglia e Stefano Rulli, su ispirazione al libro d’inchiesta I segreti di Piazza Fontana. Giordana si candida definitivamente a seguire le tracce del cinema politico di Elio Petri e della ricerca storica di Pier Paolo Pasolini. [cineblog]

Giovedì 23
The lady, di Luc Besson, con Michelle Yeoh; Francia/G.B. 2011; 2h e 25 min.; Presentato al Festival di Roma; spettacolo unico ore 21.

La battaglia in difesa dei diritti umani della pacifista birmana Aung San Suu Kyi è ben nota, ma The Lady di Luc Besson racconta la storia più intima e privata di questa piccola grande donna, insignita del premio nobel per la pace nel 1991 e liberata il 13 novembre 2010, dopo ventiquattro anni di arresti domiciliari.
Dopo aver aperto la sesta edizione del Festival di Roma 2011, il drammatico biopic distribuito da Good Films e patrocinato da Amnesty International Italia, arriva venerdì 23 marzo nelle nostre sale, con la grande storia d’amore tra Aung San Suu Kyi (Michelle Yeoh) e suo marito Michael Aris (David Thewlis), al suo fianco fino alla morte causata da un cancro nel 1999.

Venerdì 24
Cosmopolis, di David Cronenberg, con Robert Pattinson, Paul Giamatti, Juliette Binoche; Canada/Francia 2012; 1h e 45 min.

Il film tratto dal romanzo di Don DeLillo è uno dei più controversi e dei più radicali tra quelli realizzati dal grande cineasta Canadese.
Cosmopolis racconta la storia di un giovane manager multimiliardario, Eric Packer (Robert Pattinson), che attraversa New York nella sua limousine, deciso ad andare nel suo vecchio quartiere per farsi tagliare i capelli. Nella sua auto superaccessoriata e computerizzata in costante contatto coi mercati azionari, l’uomo fa riunioni di affari, si sottopone ad approfondite visite mediche, costantemente protetto da guardie del corpo che sanno che uno stalker potrebbe ucciderlo. 
Con una rassegnazione che si è trasformata in una sorta di sputo (di Freud) irridente, Cronenberg ci mostra quello che siamo diventati nonostante i suoi film, o appunto proprio come i suoi film avevano previsto. Queste sue ultime opere sono commedie (dis)umane in cui ogni cosa, dai dialoghi alla caratterizzazione dei personaggi, è portata all’esasperazione del segno, sino a capovolgerla nella propria stessa parodia. Cronenberg sghignazza, e questa trasposizione di De Lillo è sorprendente soprattutto come punto di non ritorno di questo suo dangerous method. [sentieriselvaggi

Sabato 25
Sherlock Holmes: gioco di ombre, di Guy Ritchie, con Robert Downey Jr., Jude Law, Noomi Rapace; Usa 2011; 2h e 9 min.; ore 20,30 – 22.45.

Bombe di supposta matrice anarchica esplodono a Strasburgo e a Vienna, uno scandalo investe un magnate indiano del cotone mentre un industriale americano dell’acciaio muore misteriosamente. Eventi casuali, senza connessione? Non secondo Sherlock Holmes, che ha intuito dietro a tutto ciò un piano criminale, ideato dal professor Moriarty, uomo dall’intelligenza sopraffina e privo di qualsiasi coscienza morale. Holmes strappa dunque Watson alla sua luna di miele con Mary e lo trascina a Parigi, in Germania e infine in Svizzera. La partita a scacchi con Moriarty è tesissima, la posta in gioco niente meno che il corso della Storia.
Ora che non deve più preoccuparsi di presentare i personaggi, o meglio di illustrare la loro rilettura, Guy Ritchie ha la possibilità di divertirsi e – questa è la buona notizia – lo fa senza scrupoli. Se è vero che sostanzialmente non cambia squadra, smuove però le fondamenta, chiamando alla sceneggiatura i coniugi Mulroney, che sono quanto di più interessante in giro. Così, messe al bando le lungaggini e le complicazioni gratuite, la soluzione del caso non è più accessoria, la noia non si presenta, mentre si affaccia una maggior considerazione dei sentimenti, che scalda a puntino il film. Accade ciò che era accaduto, per esempio, con Hellboy (più o meno per le stesse ragioni), ovvero che la seconda avventura, sapendo superare i problemi della prima, raggiunge un livello più alto, decisamente buono. Numerose sono le invenzioni visive del film, al punto che i flashforward sincopati che precedono le mosse d’azione di Holmes, per quanto giustificati dal metodo e dalle caratteristiche del personaggio (e, a questo punto, anche dalla continuità dovuta al capitolo uno), sono in fondo la trovata più banale e scontata. Preziosissima, invece, per rendere la miscela più frizzante, è l’introduzione del fratello maggiore di Sherlock, Mycroft Holmes, interpretato dal grande Stephen Fry. Giocato per lo più sull’elemento del travestimento, con una puntata speciale nel travestitismo esplicito (Watson trascorre la prima notte di nozze con Holmes e l’amplesso c’è eccome, travestito da colluttazione) e una nella chirurgia plastica, il film non dimentica che spesso non c’è costume più efficace del nudo integrale, specie se indossato da un gentleman della comicità britannica come Fry.
L’intesa attoriale tra Robert Downey Jr. (il cui Holmes è tra le migliori figure postmoderne del cinema recente) e la spalla Jude Law è evidente e fortunata e i dialoghi la servono bene e con misura, senza bisogno di salire sopra le righe. L’ambientazione storica esplosiva e la varietà di ambienti suggestivi, dal camerino della cartomante al castello vampiresco sull’orlo del precipizio, forniscono uno sfondo opportunamente avventuroso, ma le sorprese più belle si nascondo nel tranquillo e borghese domicilio di Londra. Perché, parola di Conan Doyle, “Non c’è nulla di più innaturale dell’ovvio”. [mymovies]

Domenica 26
Molto forte, incredibilmente vicino, di Stephen Daldry, con Tom Hanks, Sandra Bullock, Max Von Sydow; Usa 2012; 2h e 9 min.; ore 20,30 – 22,45

E’ passato del tempo dal “giorno piu brutto”, ma Oskar Schell non si dà pace. Suo padre lo ha lasciato con una missione incompiuta, con molte domande e una sola certezza: non deve smettere di cercare. Quando, nell’armadio del genitore, trova una chiave e un nome, Black, Oskar trova con essa anche la spinta e l’alibi che gli mancavano. Incontrare tutti i 472 Black di New York City per testare le loro serrature diventa per il bambino un modo di coltivare il sogno che quella chiave possa schiudergli un ultimo messaggio del padre e una maniera di scappare ancora il più a lungo possibile dall’evidenza. “Cosa ti manca di piu di lui?”, chiede Oskar alla madre. “La sua voce”, risponde lei. E anche a lui mancano più che mai le parole del padre, vere e proprie istruzioni per l’uso della vita, e non a caso è ad un nome che si aggrappa e sempre non a caso è a un’occasione di dialogo persa per sempre che non si rassegna. E poi c’e l’inquilino, per il quale le parole ad alta voce non si possono più pronunciare, non dopo quello che è accaduto a Dresda, ma al quale la scrittura consente comunque di continuare a vivere.
Non è tutta colpa di Stephen Daldry, dunque. Un materiale come quello redatto da Jonathan Safran Foer è fatto di scrittura e per la scrittura e il cinema, per lo meno quello narrativo tradizionale, può aggiungere davvero molto poco. O per lo meno dovrebbe.
La sceneggiatura di Eric Roth, pur all’interno di uno sforzo evidente di fedeltà al libro, opera una selezione che fa coincidere l’intero film con il suo giovane protagonista e finisce per confondere la ricchezza e l’originalità del narrato con la performance attoriale, certo eccellente, di Thomas Horn. In questo modo, la porzione di storia selezionata si rivela comunque claustrofobica e compressa: i tempi del cinema si avvertono scopertamente come innaturali. Eppure questa è ancora una scelta comprensibile, forse obbligata. Ce ne sono altre più ardue da condividere, come il modo in cui gli adulti si rivolgono al protagonista, con un portato recitativo infarcito di retorica, che getta un dubbio retrospettivo sull’effettiva, intima comprensione tra regista e personaggio. E poi c’è un secondo livello di retorica, che riguarda l’uso dell’immagine dell’11 settembre, insistito ed estetizzato. Come se ci fosse bisogno di sentimentalizzare un’immagine che parla da sé con forza inaudita, forse l’immagine che più ha parlato al mondo negli ultimi decenni.
È anche per questo, allora, perché lì non ci sono parole di troppo, strozzate nel pianto o urlate nell’isteria del momento, che la parte più bella e riuscita del film è senza dubbio quella in cui Oskar e il vecchio Max Von Sydow camminano per la citta, prendono i mezzi pubblici, bussano alle porte, si nascondono dietro una siepe: qui, su questa strana coppia che si muove nello spazio metropolitano, il cinema ha finalmente qualcosa da dire. Ma dura poco. [mymovies]

Lunedì 27
Arrietty, di Hiromasa Yonebayashi; Giappone 2011; 1h e 34 min., Presentato al Festival di Roma

Sotto il pavimento di una grande casa nella campagna di Tokyo, vive la quattordicenne Arrietty con la madre e il padre. Sono una famiglia di “rubacchiotti”, alti dieci centimetri, che prendono in prestito dagli umani tutto ciò che serve loro per sopravvivere ma in piccolissime quantità, in modo che nessuno se ne accorga e possa scoprire la loro esistenza. Arrietty, però, in una delle sue incursioni nel giardino della casa viene vista da Sho, un ragazzino umano di 12 anni che soggiorna lì, presso la zia, in attesa di una rischiosa operazione al cuore.
Animatore tra i più dotati dello Studio Ghibli, Yonebayashi ne fa proprie le suggestioni fantasy ed ecologiste, la fede nel legame simbiotico con la natura, la capacità di immaginare nuovi mondi per mostrarci il nostro con occhi diversi. Arrietty è una favola essenziale fondata sull’assunzione di un diverso punto di vista, quello di un paio di occhi minuscoli di fronte ai quali il nostro mondo appare abnorme, dilatato, trasfigurato.

Martedì 28
Il pescatore di sogni, di Lasse Hallström, con Ewan McGregor, Emily Blunt; G.B./Usa 2011; 1h e 37 min.

Alfred Jones è uno scienziato introverso e compassato occupato presso il Ministero della Pesca e dell’Agricoltura. Vessato da un superiore ottuso e da una moglie algida e in carriera, il dottor Jones riceve una mail e una curiosa proposta: introdurre la pesca al salmone nello Yemen. Contattato da Harriet Chetwode-Talbot, funzionario commerciale che gestisce ricchezze e interessi di uno sceicco yemenita col vizio della canna e della fede, Jones scoraggia il progetto e declina il lavoro. L’intervento aggressivo e autoritario di Patricia Maxwell, portavoce del primo Ministro britannico, determinato a ‘pescare’ good news nel marasma mediorientale, costringerà Jones ad accettare suo malgrado. Contagiato molto presto dalla visionarietà dello sceicco e dalla grazia di Harriet, il ragionevole esperto in scienze ittiche risalirà fiume e corrente per trovare finalmente il vero amore e un’acqua più dolce in cui bagnarsi.
Trasposizione del romanzo ‘Pesca al salmone nello Yemen’, Il pescatore di sogni è una commedia romantica in trasferta esotica. Fedele alle pagine di Paul Torday, di cui il film riproduce persino le ‘prove documentali’ (e-mail, tweet, circolari burocratiche, articoli di rotocalchi), Lasse Hallström insiste a raccontare storie come fossero fiabe, dove il caos della realtà, incarnato da improbabili kamikaze decisi ad ‘annegare’ le idee troppo occidentali del loro sceicco, trova immancabilmente ordine e pace. Perché dolce e inattaccabile è la condizione dei ricchi che, se pure insediati dal basso, da più parti e con diverse e maldestre strategie, resistono a ogni attacco. E in quell’universo agiato e culturalmente lontano capita l’occidentale Alfred Jones, a cui viene riconosciuto magistero tecnico e una dimensione personale capace di dialogare con l’altro. Superate perplessità e inibizioni, l’irreprensibile scienziato britannico parte per un fertilissimo soggiorno in Medio Oriente, dove l’allevamento di salmoni diventa una rettilinea (ed elementare) metafora della vita, la sua vita. Affrontando le complicazioni ambientali di cinquantamila salmoni dislocati fuori dalle acque e dalla loro area di comfort, Jones imparerà a risolversi, (ri)scoprendo la propria natura e (ri)trovando il proprio ‘torrente natio’. La dinamica di questa conoscenza è allora il vero soggetto de Il pescatore di sogni, ritratto di (ri)formazione personale e di risveglio alla vita, sospeso tra sentimento, sentimentalismo e satira politica. A incarnare il buon scienziato, impensierito da dighe e popolamento ittico, c’è Ewan McGregor, nato cinematograficamente come ‘bad boy’ (Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting) e risalito alla maniera di un salmone, evidentemente rosso e reale, verso un temperamento più romantico, riscattato da Moulin Rouge e Miss Potter. Sguardo smarrito e sorriso assassino McGregor concentra su di sé il solo interesse del film, producendo una performance freddamente screwball e satura di tensione sessuale nel gioioso allacciarsi alla Harriet di Emily Blunt. La favola satirica (e trascurabile) di Hallström ha tuttavia il merito di aver sostenuto uno straordinario assortimento di attori. Nelle sue fila anche Kristin Scott Thomas, abrasivo ufficio stampa del Primo Ministro, che il regista ha declinato al femminile ‘trasgredendo’ il romanzo. [mymovies]

Mercoledì 29
Scialla! , di Francesco Bruni, con Fabrizio Bentivoglio, Barbara Bobulova, Italia 2011; 1h e 35 min.; Presentato alla Mostra del cinema di Venezia

Luca è un quindicenne romano, irrequieto, cresciuto senza un padre e inconsciamente alla ricerca di una guida. Bruno, ex insegnante solitario e schivo, ha scelto di vivere scrivendo biografie di attori, veline, calciatori, pornostar e dando lezioni private. Luca è uno dei suoi allievi, allegro, vitale, attratto da una mitologia un po’ criminale che lo porta a mettersi nei guai. Sono padre e figlio, ma non lo sanno. Finché la madre di Luca non lo rivela a Bruno, facendogli promettere di mantenere il segreto e glielo affida per sei mesi.
Felice esordio per lo sceneggiatore, esempio di un cinema che sa credere nei personaggi e nelle storie che racconta, con la presa in giro di un certo tipo di ambiente in cui lo scrittore è come lo sceneggiatore bene di sinistra tipo Boris. Peccato per il finale, più in linea con i dettami della Rai Cinema factory piuttosto che con le atmosfere emotive e visive emerse fino a quel momento. [sentieriselvaggi

Giovedì 30
Miracolo a le Havre, di Aki Kaurismaki, con Kati Outinen; Francia/Finlandia 2011; 1h e 33 min.; Presentato al festival di Cannes

Il lustrascarpe Marcel Marx vive a Le Havre tra la casa che divide con la moglie Arletty e la cagnolina Laika, il bar del quartiere e la stazione dei treni, dove esercita di preferenza il proprio lavoro. Il caso lo mette contemporaneamente di fronte a due novità di segno opposto: la scoperta che Arletty è malata gravemente e l’incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato dall’Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Con l’aiuto dei vicini di casa – la fornaia, il fruttivendolo, la barista – e la pazienza di un detective sospettoso ma non inflessibile, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a passare la Manica e raggiungere la madre in Inghilterra.
Un cast di attori franco-finlandesi, con le facce e le fogge da polar melvilliano, interagiscono in quel di Le Havre in un quartiere dove ancora “buongiorno vuol davvero dire buongiorno”, per usare – assolutamente non a caso – una frase di Miracolo a Milano, di De Sica e Zavattini. Eppure, la battuta più bella ed emblematica del film è proprio: “restano i miracoli”, dice il dottore, “non nel mio quartiere”, chiosa Arletty. È tutto qui il miracoloso (questo sì) nodo di poesia e disincanto, ottimismo e amarezza di cui è fatto Le Havre , uno dei migliori Kaurismaki in assoluto. Il finale si preoccuperà poi di illuminare il concetto, con uno splendido e improbabile ciliegio in fiore: un altro mondo è possibile o ci vorrebbe davvero un miracolo perché una storia come quella di Idrissa accadesse nella realtà? Entrambe le cose, sembra dire il regista: il cancro che affligge il nostro modo di vivere e di agire è a un livello più che mai avanzato, ma “restano i miracoli”.
D’altronde, il fondatore del Midnight Sun film festival, quando al suo meglio, non ha mai fatto altrimenti che promuovere ossimori – i Leningrad cowboys -, trovare ricchezza nella povertà, (far) reagire con straordinaria nonchalance di fronte all’incongruo (la scena dell’ananas, in questo film, è qualcosa che non si dimentica), mescolare magistralmente anacronismo e attualità. È un sognatore? Eppure il sole di mezzanotte è un fenomeno reale, astronomico, naturale. [mymovies]

Venerdì 31
Detachment, di Tony Kaye, con Adrien Brody, Lucy Liu; Usa 2012, 1h e 40 min.; Presentato al Tribeca Film Festival

Henry Barthes (Adrien Brody) insegna nelle scuole, vaga di scuola in scuola, impartendo modelli di vita e conoscenza, senza però stare mai così a lungo da attaccarsi ai nuovi ambienti. Un giorno incontra tre donne che gli faranno cambiare la sua visione della vita: una studentessa, una collega insegnante e una teenager scappata di casa. Ognuna di queste donne, come Henry, combatte una battaglia tra la vita e la morte per trovare la bellezza in un mondo imperfetto e senza amore.
Tony Kaye, di cui avrete visto American History X, presenta il nuovo film Detachment dove racconta il sistema scolastico americano attraverso gli occhi di un supplente. Nel cast: Adrien Brody (anche executive producer del film), Lucy Liu, Blythe Danner, James Caan, Tim Blake Nelson, William Petersen e Bryan Cranston. Sceneggiatura di Carl Lund, il film ha riscosso grande successo di critica e stampa in occasione della presentazione al Tribeca Film Festival 2011 di NY. Oggi vi regaliamo la prima foto ufficiale del film.

 

Programmazione Arena Argentina Catania: Giugno – Luglio – Settembre

 

 

 

 

Author: Luigi Marino

Share This Post On

Trackbacks/Pingbacks

  1. Arena Argentina. Programma luglio 2012 | Girasicilia informazioni, turismo, eventi, hotel in Sicilia - [...] Arena Argentina. Programma agosto 2012Catania, Cinema29 luglio 2012 14:15 [...]

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *